Le fake news e le teorie del complotto sembrano ormai spuntare ovunque, e ogni settimana ne nasce una nuova. Dai terrapiattisti agli antivaccinisti, passando per le missioni spaziali “truccate”, il panorama della disinformazione è sempre più affollato. Eppure, un aspetto che quasi nessuno considera è quanto queste credenze siano davvero diffuse nella popolazione. Perché c’è un problema di fondo, e riguarda il modo in cui vengono raccolti i dati.
Lo studio che mette in dubbio i numeri sui complottisti
Un nuovo studio ha provato a rispondere a una domanda tanto semplice quanto scomoda: quante persone, quando partecipano a un sondaggio sulle teorie complottiste, dicono davvero ciò che pensano? La risposta è tutt’altro che scontata. Secondo la ricerca, una percentuale significativa di chi risponde a questi sondaggi fornisce risposte insincere, e questo finisce per gonfiare in modo artificiale la diffusione apparente delle teorie del complotto nella popolazione. In pratica, ci sono persone che dichiarano di credere a cose assurde semplicemente perché trovano divertente farlo, perché vogliono provocare, oppure perché non prendono sul serio il sondaggio stesso.
Questo dato cambia parecchio la prospettiva. Se una parte delle risposte è volutamente falsa, allora i numeri che spesso vengono sbandierati sulla quantità di complottisti in circolazione potrebbero essere decisamente sovrastimati. Non si tratta di negare che esista chi crede davvero a queste narrazioni, ma di capire che la realtà potrebbe essere meno allarmante di quanto certi titoli lascerebbero intendere.
L’esercito di procioni modificati del Canada e la credulità online
Per capire la portata del fenomeno, basta guardare un esempio emblematico. La storia dell’esercito di procioni modificati del Canada è una fake news costruita appositamente, eppure ha trovato terreno fertile online. Molte persone ci hanno creduto, o quantomeno l’hanno condivisa come se fosse una notizia reale. È il tipo di contenuto che, in un sondaggio, potrebbe facilmente raccogliere adesioni da parte di chi risponde senza riflettere o con l’intenzione di scherzare.
Ed è esattamente questo il punto sollevato dallo studio. Le risposte ai sondaggi su temi complottisti non sempre riflettono convinzioni genuine. C’è una componente di trolling, di disattenzione, di pura voglia di dare la risposta più assurda possibile. Il risultato è che i dati finali dipingono un quadro distorto, dove le teorie del complotto sembrano molto più radicate di quanto non lo siano nella vita quotidiana delle persone.
Questo non significa che la disinformazione non sia un problema serio. Lo è eccome. Ma lo studio mette in evidenza un difetto strutturale nel modo in cui viene misurata la credulità pubblica. Se gli strumenti usati per quantificare il fenomeno sono vulnerabili alle risposte insincere, allora anche le strategie pensate per contrastare le fake news rischiano di partire da premesse sbagliate. E affrontare un problema partendo da numeri gonfiati non è mai il modo migliore per trovare soluzioni efficaci. Lo studio rappresenta dunque un invito a guardare con più attenzione ai dati prima di trarre conclusioni sulla diffusione reale delle credenze complottiste tra la popolazione.
