Il vertice della Comunità politica europea a Erevan non è stato un semplice incontro diplomatico tra tanti. Capi di stato e di governo di 48 paesi si sono ritrovati nella capitale dell’Armenia il 4 maggio per parlare di sicurezza economica, energia e tenuta delle democrazie, mentre lo stretto di Hormuz viveva uno dei suoi momenti più tesi. Una coincidenza che racconta molto di come stia cambiando la mappa degli interessi occidentali.
Il summit, nato da un’idea del presidente francese Emmanuel Macron come spazio di confronto sulla sicurezza del Vecchio Continente, ha visto la partecipazione dei membri dell’Unione europea, del Regno Unito, della Norvegia, della Turchia e persino del primo ministro del Canada. Assente, invece, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Per Bruxelles, l’evento è stato anche l’occasione per avvicinare l’ex repubblica sovietica a posizioni europeiste, provando a strapparla dall’orbita di Mosca.
E qui la storia si fa interessante. Per decenni il Cremlino ha considerato il Caucaso meridionale parte della propria sfera di influenza, e l’Armenia ne era un tassello chiave. Relazioni politiche, forniture energetiche, rapporti commerciali dentro l’Unione doganale eurasiatica, perfino la base militare di Gyumri. Poi è arrivata la guerra con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, e qualcosa si è rotto. Erevan oggi ritiene che Mosca non sia stata capace di difendere i suoi interessi, e non è un dettaglio che la pace con Baku sia arrivata grazie alla mediazione degli Stati Uniti, un attore geograficamente lontanissimo dalla regione.
Diversificazione totale: tra Europa, Washington e i vicini scomodi
Da quel momento l’Armenia ha imboccato una strada di diversificazione della politica estera piuttosto decisa. A marzo 2025 il parlamento armeno ha approvato una legge per formalizzare l’intenzione di presentare domanda di adesione all’Unione europea. E durante il primo vertice bilaterale con Bruxelles, Erevan ha firmato una partnership sulla connettività che copre trasporti, energia e digitale.
Ma non è solo l’Europa a corteggiare l’Armenia, o viceversa. Anche Washington si è mossa con decisione. Gli Stati Uniti si sono garantiti una presenza di lungo periodo nella cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp), un corridoio commerciale su rotaia e asfalto lungo 43 chilometri che collegherà l’Azerbaigian all’exclave di Naxcivan, attraversando territorio armeno. A febbraio, poi, le due parti hanno siglato un patto di cooperazione sull’energia nucleare che potrebbe favorire le tecnologie statunitensi nella gara per il nuovo reattore destinato a sostituire la centrale di Metsamor, di costruzione sovietica. Con qualche prevedibile irritazione da parte russa.
Perfino i rapporti con l’Azerbaigian e la Turchia stanno facendo passi avanti. A gennaio le autorità armene hanno annunciato l’integrazione del proprio sistema energetico con quello azero, per facilitare importazione ed esportazione di elettricità. Ankara, dal canto suo, vuole inserire il corridoio Tripp nel suo Corridoio di mezzo, noto anche come Trans-Caspian International Transport Route. Un progetto di connettività tra Asia ed Europa pensato per velocizzare i commerci aggirando sia la Russia che l’Iran. Turchia e Armenia non hanno ancora relazioni diplomatiche formali, ma stanno lavorando alla riapertura della frontiera, chiusa dal 1993.
Il Caucaso come snodo alternativo allo stretto di Hormuz
La crisi logistica ed energetica generata dalla guerra all’Iran, sommata allo sfaldamento dei rapporti tra Occidente e Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, sta facendo lievitare la rilevanza geopolitica dell’Armenia e di tutto il Caucaso meridionale. La Turchia sta cercando di presentare il proprio Corridoio di mezzo come alternativa sicura sia allo stretto di Hormuz, via d’acqua fondamentale per il commercio globale di combustibili fossili, fertilizzanti e gas industriali, sia al Corridoio settentrionale che collega Cina ed Europa passando per la Russia.
Il progetto turco, va detto, non è in grado di sostituire interamente né lo stretto di Hormuz né la linea ferroviaria russa. Se però venisse completato con la tratta Armenia-Azerbaigian, potrebbe contribuire a ridurre la centralità del golfo Persico. Ankara ha già riattivato l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, che trasporta greggio iracheno fino al Mediterraneo, e presto dovrebbero riprendere i flussi anche nella pipeline Kirkuk-Fishkhabour-Turkey. I mari Caspio e Mediterraneo sono già connessi tramite il tubo Baku-Tbilisi-Ceyhan. La normalizzazione dei rapporti con l’Armenia potrebbe inoltre dare nuova vita al gasdotto Trans-Caspico, un progetto di tubatura sottomarina per portare gas turkmeno in territorio azero e da lì verso Turchia ed Europa, bypassando Russia e Iran.
L’Unione europea, nelle conclusioni del vertice del 5 maggio, ha espresso la volontà di coinvolgere l’Armenia nel Black Sea Connectivity Submarine Electricity Cable, un progetto di cavo sottomarino per la trasmissione di elettricità pulita tra il Caucaso meridionale e l’Europa. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ritiene che il paese possa diventare un hub elettrico regionale. Prima, però, servirà portare a termine la modernizzazione dell’infrastruttura di trasmissione, con il sostegno della Banca mondiale.
