L’accordo UE Mercosur è finalmente realtà. Dopo venticinque anni di negoziati, bozze cestinate e ripartenze, il primo maggio 2026 ha segnato l’entrata in vigore provvisoria di un’intesa che per l’industria automobilistica europea rappresenta un punto di svolta enorme. Perché al netto della burocrazia e della contabilità doganale, quello che sta succedendo è piuttosto semplice da capire: un mercato da 270 milioni di consumatori si sta aprendo alle auto del vecchio continente, e i dazi del 35% che fino a ieri soffocavano le esportazioni hanno iniziato il loro percorso di smantellamento.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha celebrato il momento in videoconferenza con i leader sudamericani, affiancata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. E non si tratta di un trattato qualsiasi: parliamo di una piattaforma economica da 720 milioni di persone, che mette insieme i ventisette Paesi dell’Unione con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un blocco che equivale al 20% del PIL mondiale, stando ai dati 2025.
Il muro tariffario che frenava le auto europee in Sudamerica
Serve un dato secco per capire la portata di quanto sta accadendo. Fino a oggi ogni vettura europea che sbarcava in Sudamerica si ritrovava caricata di una tariffa doganale del 35%. Tradotto: una berlina prodotta in Germania, in Italia o in Francia arrivava nei concessionari di San Paolo o Buenos Aires con un sovrapprezzo che la rendeva praticamente inavvicinabile per la stragrande maggioranza dei consumatori locali. E non finiva qui, perché sui ricambi auto gravava una tassazione tra il 14% e il 18%, una stretta che zavorrava anche l’aftermarket e l’intera filiera della componentistica.
Con l’entrata in vigore dell’accordo UE Mercosur, questo muro tariffario inizia una demolizione controllata, distribuita su più anni, con l’obiettivo finale di azzerare quasi del tutto le barriere doganali. Il 91% delle esportazioni europee verso il Mercosur sarà gradualmente liberato, mentre il 95% dei prodotti sudamericani potrà entrare in Europa con condizioni analoghe.
I numeri messi nero su bianco dalla Commissione europea parlano da soli. Nel 2024 l’export di veicoli a motore dall’Europa verso il blocco sudamericano si è fermato a 4,8 miliardi di euro. Una cifra compressa, strangolata dalle tariffe. Le stime di Bruxelles però vedono lontano: entro il 2040 quel valore potrebbe lievitare del 200%, con 20,7 miliardi di euro aggiuntivi rispetto ai livelli attuali. Il settore della fabbricazione di automobili, secondo le proiezioni comunitarie, è quello che beneficerà più di ogni altro dall’apertura sudamericana.
Prevedibilità e rischi: cosa cambia davvero per chi investe
In un mondo dove le tensioni geopolitiche e i continui scossoni sulle filiere globali rendono ogni piano industriale un esercizio di equilibrismo, l’accordo UE Mercosur introduce una variabile preziosa quanto rara: la prevedibilità. È il concetto sottolineato da Graziano Messana, presidente della Camera di Commercio italiana a San Paolo, che descrive l’intesa come un vero e proprio progetto di architettura commerciale. Per chi deve decidere se costruire un nuovo stabilimento, ampliare una linea produttiva o lanciare un modello dedicato a un mercato emergente, sapere che le regole del gioco non cambieranno da un giorno all’altro vale quanto un finanziamento agevolato.
Sarebbe però ingenuo dipingere tutto come una passeggiata. Le resistenze ci sono state, soprattutto in Francia, e qualche scetticismo continua a serpeggiare nei corridoi di Bruxelles. Ma il vero rischio arriva da Sud. Antonella Mori, docente alla Bocconi ed esperta di America Latina per l’ISPI, segnala una potenziale crepa: l’accordo bilaterale tra Argentina e Stati Uniti, firmato il 5 febbraio 2026, potrebbe sfidare il principio cardine del Mercosur, cioè l’obbligo di negoziare come blocco e non singolarmente. Se il Congresso argentino dovesse ratificarlo, si creerebbe un precedente capace di favorire una frammentazione del Mercado Común del Sur, sgretolando proprio quella prevedibilità su cui si fonda la nuova partita commerciale.
Una boccata d’ossigeno per il Made in Italy dell’auto
Per l’industria automobilistica italiana, e per l’intero ecosistema della componentistica nazionale, l’apertura del Sudamerica rappresenta un’opportunità concreta in un periodo storico complicato. Stellantis, che in Brasile ha radici profonde con il polo di Betim e il marchio Fiat ancora dominante nel mercato locale, potrà rimodulare i flussi di import ed export con margini operativi finalmente decenti. Lo stesso vale per i grandi nomi della componentistica italiana, dalle realtà del torinese ai colossi emiliani della meccanica di precisione, che vedono cadere quel 14% di tariffa sui ricambi che fino a ieri rendeva proibitiva qualsiasi penetrazione strutturata.
Il primo maggio 2026 passerà alla storia come la giornata in cui un’idea coltivata per un quarto di secolo è diventata realtà. Ora la palla passa all’industria, che ha davanti quindici anni per trasformare le proiezioni di Bruxelles in fatturato concreto. Il mercato sudamericano dell’auto è ufficialmente tornato a essere terreno di conquista, e questa volta i costruttori europei partono con il vento in poppa.
