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Microsoft Entra ID: la falla che metteva a rischio gli account aziendali

Un errore nella logica dei ruoli di Microsoft Entra ID poteva consentire escalation di privilegi e compromissione degli account aziendali.

scritto da Manuel De Pandis 03/05/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
Microsoft
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Una vulnerabilità in Entra ID, il sistema cloud di Microsoft dedicato alla gestione delle identità digitali aziendali, è stata corretta con un aggiornamento di sicurezza rilasciato dall’azienda di Redmond. Il problema non era banale: un errore nella logica di assegnazione dei ruoli poteva, in determinate condizioni, permettere una escalation di privilegi non autorizzata. Tradotto in parole semplici, un utente con permessi limitati avrebbe potuto ottenere accessi ben superiori a quelli che gli spettavano.

E non si tratta di un episodio fuori contesto. Secondo diversi report pubblicati nel 2025, oltre il 70% degli incidenti di sicurezza in ambito cloud coinvolge configurazioni errate o una gestione poco attenta degli accessi. Negli ambienti dove le identità e le autorizzazioni rappresentano la prima linea di difesa, anche una falla apparentemente “logica” può trasformarsi in fretta in una compromissione su larga scala.

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Come funzionava la vulnerabilità in Entra ID

Il difetto si annidava nella logica di validazione dei ruoli all’interno di Entra ID. In scenari specifici, un utente posizionato a un livello intermedio poteva sfruttare una combinazione di permessi per salire nella gerarchia degli accessi. Si parla di un classico caso di privilege escalation, reso particolarmente insidioso dal fatto che tutto avveniva dentro il sistema di identità stesso, senza bisogno di exploit complessi o attacchi sofisticati sugli endpoint.

Il meccanismo si basava su assegnazioni indirette e condizioni che il sistema non validava in modo corretto. Chi conosce i sistemi RBAC (Role Based Access Control) sa bene che la complessità delle relazioni tra ruoli e permessi può generare comportamenti imprevisti. Un dettaglio che rende la faccenda ancora più seria: non serviva un accesso amministrativo iniziale. Bastava trovarsi in una posizione con diritti sufficienti a manipolare le assegnazioni, il che abbassava parecchio la soglia di ingresso per un eventuale attaccante già presente nella rete aziendale.

La patch e le azioni raccomandate per gli amministratori

Microsoft è intervenuta distribuendo una correzione che agisce sulla logica di validazione delle autorizzazioni, introducendo verifiche più stringenti sulle relazioni tra i vari permessi e bloccando le combinazioni potenzialmente pericolose. L’aggiornamento non richiede azioni manuali particolarmente complesse, però c’è un punto su cui vale la pena soffermarsi: la patch chiude la falla specifica, ma non va a toccare configurazioni che magari erano già eccessivamente permissive nell’ambiente aziendale.

Gli amministratori dovrebbero quindi verificare che tutte le policy di accesso siano allineate al principio del least privilege, ovvero garantire a ciascun utente solo i permessi strettamente necessari al proprio ruolo. Ridurre i privilegi al minimo, separare le responsabilità e limitare l’uso di account con diritti elevati restano misure fondamentali.

C’è poi la questione della visibilità. Strumenti di logging avanzato e sistemi SIEM consentono di individuare comportamenti anomali prima che si trasformino in incidenti veri e propri. Tecnologie come il Conditional Access e l’autenticazione multifattore contribuiscono a mitigare il rischio, ma devono essere configurate con attenzione per risultare davvero efficaci. Negli ambienti più complessi, l’automazione dei controlli può fare la differenza tra una vulnerabilità gestita in tempo e una compromissione che si estende a tutto l’ecosistema aziendale.

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Manuel De Pandis

Filmmaker, giornalista tech.

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