Una sentenza che farà discutere parecchio, non solo in Cina. Un tribunale cinese ha stabilito che le aziende non possono licenziare i dipendenti con il solo scopo di sostituirli con l’intelligenza artificiale. La decisione arriva in un momento in cui il dibattito globale sul rapporto tra AI e lavoro si fa sempre più acceso, e rappresenta un precedente significativo in un paese che dell’innovazione tecnologica ha fatto una bandiera.
La sentenza non è nemmeno un caso isolato. Già nel dicembre 2025, un altro tribunale cinese si era espresso in modo analogo, sancendo lo stesso principio. L’adozione di sistemi di intelligenza artificiale non può costituire, da sola, una giustificazione valida per il licenziamento del personale. Due pronunce in pochi mesi che sembrano delineare un orientamento giuridico piuttosto chiaro da parte della magistratura cinese.
Cina: un precedente che pesa nel dibattito su AI e occupazione
Quello che sta succedendo nei tribunali cinesi merita attenzione per diverse ragioni. Prima fra tutte, il fatto che la Cina è tra i paesi più aggressivi nella corsa allo sviluppo dell’IA. Pechino investe cifre enormi in ricerca e sviluppo, spinge le proprie aziende tech verso l’automazione e promuove l’adozione massiccia di strumenti basati su AI in ogni settore produttivo. Eppure, sul fronte dei diritti dei lavoratori, la magistratura sta tracciando una linea netta: la tecnologia può avanzare, ma non a scapito delle persone già impiegate.
Questa doppia pronuncia pone un tema enorme sul tavolo. Se anche in un contesto come quello cinese, dove le tutele sindacali non sono certo paragonabili a quelle europee, i giudici intervengono per proteggere i lavoratori dall’automazione selvaggia, diventa inevitabile chiedersi quale sarà l’effetto a catena su altre giurisdizioni. In molti paesi occidentali il vuoto normativo su questo fronte è ancora vasto, e sentenze come queste potrebbero alimentare il dibattito legislativo.
Il nodo della sostituzione tecnologica nei rapporti di lavoro
Il punto centrale di queste decisioni è sottile ma fondamentale. Nessuno sta dicendo che le aziende non possano adottare l’intelligenza artificiale. Quello che i tribunali cinesi hanno stabilito è che il semplice fatto di introdurre un sistema automatizzato non basta a giustificare la rescissione di un contratto di lavoro. Serve qualcosa di più. Una riorganizzazione reale, una motivazione concreta, non il mero risparmio ottenuto rimpiazzando esseri umani con algoritmi.
È una distinzione che in molti ordinamenti giuridici ancora non esiste in forma esplicita. E che potrebbe diventare un riferimento per futuri contenziosi, non solo in Asia. Il tema della sostituzione dei lavoratori con l’AI è già al centro di proteste e negoziazioni sindacali in vari settori, dall’industria manifatturiera ai servizi, passando per il mondo creativo e quello amministrativo.
La seconda sentenza, quella di maggio 2026, rafforza un orientamento che ormai appare consolidato nella giurisprudenza cinese. Due tribunali diversi, a distanza di pochi mesi, hanno raggiunto la stessa conclusione. Per le aziende che operano in Cina, il messaggio è abbastanza chiaro: investire nell’automazione va bene, ma tagliare posti di lavoro usando l’intelligenza artificiale come unica giustificazione può esporre a conseguenze legali concrete.
