Il cervello dei cani si è rimpicciolito per millenni a causa della domesticazione, questo era il dato che sembrava ormai scolpito nella pietra. Eppure, le cose non stanno esattamente così. Uno studio recente pubblicato su HAL Open Science ha rimesso in discussione parecchie certezze, rivelando una tempistica più precisa e, soprattutto, un colpo di scena che nessuno si aspettava: negli ultimi 150 anni, il cervello dei cani ha ricominciato a crescere.
Quando il cervello dei cani ha iniziato a ridursi
La storia parte da lontano. Quando i primi lupi hanno cominciato ad avvicinarsi agli insediamenti umani, hanno stretto una specie di patto evolutivo. Cibo facile, calore, protezione. In cambio, però, qualcosa si è perso. Il loro cervello, nel corso delle generazioni, ha subito una riduzione significativa rispetto a quello dei lupi selvatici. Fin qui nulla di nuovo. Il punto è che fino ad ora mancava una risposta chiara al “quando” e al “perché” di questo fenomeno.
Per capirlo, un gruppo di ricercatori ha usato la TAC per analizzare 22 crani preistorici risalenti a un periodo compreso tra il Mesolitico e il Neolitico tardo nell’Europa occidentale, confrontandoli con 185 crani di cani moderni e usando come riferimento un modello 3D del cranio di un lupo del XIX secolo. Niente metro a nastro, insomma. Tecnologia seria per una domanda che meritava risposte serie.
I risultati sono stati piuttosto netti. I cani del Neolitico presentavano già una riduzione del 46% nel volume endocranico rispetto ai lupi. Praticamente, quei cani preistorici francesi avevano cervelli in miniatura, frutto di un adattamento evolutivo ai nuovi ruoli negli insediamenti agricoli. Senza la necessità di cacciare, difendere vasti territori o restare sempre all’erta contro i predatori, le aree del cervello dedicate alla sopravvivenza estrema, che consumano enormi quantità di energia, hanno semplicemente smesso di servire.
Non è tutta colpa della domesticazione
Sarebbe bello se la spiegazione fosse così lineare, ma la biologia raramente fa regali del genere. Attraverso analisi filogenetiche che hanno messo a confronto i cani con altri canidi selvatici, i ricercatori hanno scoperto che le razze canine più antiche rientrano in realtà nei range “normali” di dimensione cerebrale attesi per la loro taglia corporea. Questo significa che la domesticazione, da sola, non spiega tutto.
Esistono infatti fattori ecologici capaci di provocare riduzioni cerebrali persino maggiori. L’esempio più calzante è il cane procione, il cui cervello subisce drastiche contrazioni legate ai periodi di ibernazione, una sorta di strategia biologica per risparmiare energia. Un dettaglio che complica notevolmente il quadro e che costringe a ripensare il ruolo della domesticazione come unico motore di questo cambiamento.
Il cervello dei cani sta tornando a crescere
Se la storia si fosse fermata al Neolitico, avremmo avuto un animale con un cervello destinato a rimpicciolirsi senza sosta. Ma ecco il colpo di scena: un altro studio recente ha evidenziato che i cani moderni allevati negli ultimi 150 anni possiedono cervelli relativamente più grandi rispetto ai loro antenati. La tendenza al ribasso, in pratica, si è invertita.
La ragione va cercata nel cambiamento delle aspettative umane. Non si chiede più ai cani di fare solo i guardiani o i pastori. Oggi devono obbedire a comandi complessi, assistere persone con disabilità, rilevare sostanze stupefacenti, svolgere funzioni sempre più sofisticate nella società. E questo ha avuto un impatto concreto.
Attraverso risonanze magnetiche effettuate su 85 cani di razze diverse, è emerso che non è cambiata solo la dimensione del cervello, ma proprio la sua architettura interna. Le razze più addestrabili mostrano una corteccia cerebrale molto più sviluppata, cioè la zona responsabile dell’apprendimento e della presa di decisioni. Le razze più primitive e antiche, invece, conservano un’amigdala espansa, la regione legata al processamento della paura, all’istinto e alle risposte rapide di sopravvivenza. Qualità fondamentali per cacciare e reagire a qualsiasi tipo di minaccia.
