La libertà di stampa nel mondo sta attraversando uno dei suoi momenti più bui. Il dato che colpisce di più riguarda gli Stati Uniti, scivolati al 64° posto nella classifica globale, addirittura dietro a paesi in guerra come l’Ucraina. A certificarlo è il World Press Freedom Index 2026, pubblicato da Reporters Without Borders (RSF, dall’acronimo francese Reporters Sans Frontières), che ogni anno fotografa lo stato della libertà di informazione in 180 paesi e territori.
E quest’anno la fotografia è particolarmente preoccupante. Per la prima volta nella storia dell’indice, oltre la metà dei paesi analizzati ricade nelle categorie “difficile” o “molto grave”. In 25 anni di rilevazioni, il punteggio medio globale non è mai stato così basso.
Libertà di stampa: gli Stati Uniti crollano, i paesi nordici restano in vetta
Chi continua a dominare la classifica è la Norvegia, stabilmente al primo posto da oltre un decennio. Finlandia, Svezia, Danimarca ed Estonia completano la top 10, confermando la regione nordica come l’area con la maggiore libertà di stampa al mondo. Sulla mappa di RSF, è l’unica zona colorata interamente di verde.
Dall’altra parte dello spettro, il continente americano ha subito un deterioramento significativo. Gli USA sono precipitati di 7 posizioni in un solo anno, attestandosi al 64° posto. Per dare un’idea della portata di questo scivolone. Namibia è al 23°, Sudafrica al 21°, Costa Rica al 38°, Canada al 20°. E l’Ucraina, nonostante il conflitto in corso, è riuscita a migliorare la propria posizione di sette posti, piazzandosi al 55°.
Secondo il rapporto, i giornalisti statunitensi, già alle prese con pressioni economiche e una crisi di fiducia da parte del pubblico, si trovano ora a fronteggiare anche la strumentalizzazione sistematica delle istituzioni statali da parte del presidente Donald Trump. Tra i problemi citati ci sono i tagli ai finanziamenti per le emittenti pubbliche come NPR e PBS, le interferenze politiche sulla proprietà dei media e le indagini a sfondo politico rivolte contro giornalisti e testate sgradite. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, reporter sono stati presi di mira anche sul campo durante le proteste, in quello che RSF definisce una delle crisi più gravi per la libertà di stampa nella storia moderna degli Stati Uniti.
L’Asia resta la regione più repressiva, con la Cina in fondo alla classifica
Se le Americhe peggiorano, l’Asia resta la regione dove la repressione dell’informazione è praticamente una costante. Sulla mappa di RSF, la quasi totalità del continente è colorata di rosso scuro. Fanno eccezione solo alcuni stati più piccoli come Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Per il resto, la regione Asia-Pacifico viene descritta come una delle più repressive al mondo, con una situazione in continuo peggioramento.
La Cina si distingue in negativo anche tra i peggiori: occupa il 178° posto su 180 ed è il paese che detiene il maggior numero di giornalisti in carcere al mondo, con oltre 100 professionisti attualmente detenuti. Per mettere a tacere la stampa indipendente, le autorità cinesi ricorrono ad accuse di “spionaggio”, “sovversione” o “provocazione di disordini”, definite dagli esperti di diritto cinese come “reati contenitore”, formulazioni talmente vaghe da poter essere applicate praticamente a qualsiasi attività.
Non finisce qui. I giornalisti indipendenti in Cina possono essere legalmente sottoposti a sei mesi di isolamento nelle cosiddette “prigioni nere”, attraverso un regime di sorveglianza residenziale in luogo designato, durante il quale vengono privati dell’assistenza legale e possono subire torture. E per rinnovare il proprio tesserino stampa, ogni giornalista è obbligato a scaricare un’applicazione di propaganda governativa che raccoglie dati personali.
Gli unici due paesi con un punteggio peggiore della Cina nel World Press Freedom Index 2026 sono la Corea del Nord e l’Eritrea.
