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Google e Meta costrette a pagare gli editori in Australia: cosa cambia

Le big tech australiane dovranno compensare gli editori locali o affrontare una tassa fino al 2,25% delle entrate.

scritto da Denis Dosi 30/04/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
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Pagare per le notizie pubblicate sulle proprie piattaforme oppure affrontare una tassa salata: è questo il bivio che si trovano davanti Google, Meta e TikTok in Australia. Il governo australiano ha deciso di alzare la posta con una nuova versione della legge che obbliga le grandi piattaforme digitali a sottoscrivere accordi economici con gli editori locali. E chi non lo fa, paga. Semplice, diretto, senza troppi giri di parole.

La questione non nasce oggi. Già nel 2021 era stato introdotto il cosiddetto News Media Bargaining Code, una normativa pensata per garantire che social media e motori di ricerca riconoscessero un compenso equo agli editori per le news che circolano sulle loro piattaforme. Meta, a suo tempo, aveva reagito in modo piuttosto drastico: aveva bloccato la condivisione delle notizie su Facebook e Instagram. Poi aveva cambiato strategia, avviando accordi con gli editori australiani. Accordi che però, alla scadenza nel 2024, non sono stati rinnovati.

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Il News Bargaining Incentive e la tassa fino al 2,25%

A metà dicembre 2024, il governo guidato da Anthony Albanese ha presentato una versione aggiornata della legge, ribattezzata News Bargaining Incentive. Il meccanismo prevede due strade per le Big Tech con entrate pari o superiori a circa 145 milioni di euro (250 milioni di dollari australiani): stipulare accordi con gli editori, oppure pagare una tassa pari al 2,25% delle entrate locali. Non c’è una terza opzione.

Google, Meta e TikTok restano quindi obbligate a trovare un’intesa economica con le testate giornalistiche australiane. E il messaggio del Ministro delle Comunicazioni, Anika Wells, è stato piuttosto chiaro: le persone ricevono sempre più notizie direttamente da Facebook, TikTok e Google, ed è giusto che queste piattaforme contribuiscano al lavoro giornalistico che arricchisce i loro feed e genera i loro ricavi. Se decidono di non farlo, finiranno per pagare di più.

Il punto è che il governo non lascia spazio a troppe interpretazioni. Se le piattaforme non raggiungono un accordo, la tassa viene incassata dallo Stato e poi redistribuita agli editori in base al numero di giornalisti impiegati. Un sistema che, almeno nelle intenzioni, vuole sostenere concretamente il giornalismo locale.

Le reazioni delle piattaforme

Le risposte delle aziende coinvolte non si sono fatte attendere, anche se con toni diversi. Un portavoce di Meta ha definito la misura un sussidio statale, descrivendola sostanzialmente come una tassa sui servizi digitali. Anche Google si è detta contraria all’introduzione della nuova legge. Da TikTok, invece, silenzio totale: nessun commento ufficiale è arrivato fino a questo momento.

L’obbligo dovrebbe entrare in vigore il 1 luglio 2026, una data che ormai è dietro l’angolo. E il fatto che tre dei più grandi attori del digitale mondiale si trovino contemporaneamente sotto pressione da parte di un singolo governo racconta molto di come stia cambiando l’equilibrio di forza tra piattaforme e informazione. L’Australia, va detto, su questo fronte si è mossa prima di molti altri Paesi, e questa nuova versione della legge rappresenta un ulteriore passo verso un modello in cui chi distribuisce le notizie deve anche contribuire a finanziarle.

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Denis Dosi
Denis Dosi

Laureato in ingegneria informatica nel lontano 2013, da sempre appassionato di scrittura e tecnologia sono riuscito a convogliare in un'unica professione le mie due più grandi passioni grazie a TecnoAndroid.

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