Yoko Taro, la mente creativa dietro la saga di NieR, ha raccontato in modo disarmante come sia finito a fare il regista di videogiochi. Nessun piano grandioso, nessuna vocazione fulminante: semplicemente, parlava troppo. Una di quelle storie che suonano quasi come una battuta, ma che in realtà raccontano molto del personaggio e del suo approccio unico al mondo dello sviluppo.
Il celebre autore giapponese, noto per nascondersi dietro una maschera durante le apparizioni pubbliche e per il suo umorismo caustico, ha spiegato che la sua carriera da director non è nata da un’ambizione particolare. Le sue stesse parole sono piuttosto eloquenti: non aveva nessun grande sogno nel cassetto, non si era prefissato di guidare un team o di lasciare il segno nell’industria. Quello che succedeva, più banalmente, era che durante lo sviluppo dei giochi continuava a dire la sua su tutto, proponeva idee, faceva osservazioni, commentava le scelte degli altri. A un certo punto, qualcuno deve aver pensato che tanto valeva metterlo direttamente al comando.
Da chiacchierone a creatore di mondi
Ed è così che Yoko Taro è diventato regista. Una parabola professionale che sembra quasi accidentale, eppure ha portato alla nascita di alcuni dei titoli più originali e coraggiosi degli ultimi vent’anni. La saga di NieR, con le sue trame stratificate, i finali multipli e quella capacità rara di mescolare malinconia e assurdità, porta la firma inconfondibile di qualcuno che evidentemente aveva molto da dire.
Il bello è che questa confessione non sorprende chi conosce il personaggio. Yoko Taro ha sempre avuto un rapporto strano con il concetto stesso di autorialità nel videogioco. Non si è mai atteggiato a grande visionario, anzi: ha sempre preferito smontare qualsiasi retorica legata al suo ruolo, presentandosi come uno che si è trovato lì quasi per caso. Eppure, proprio questa attitudine ha reso il suo lavoro così riconoscibile. Chi non ha ambizioni dichiarate spesso finisce per essere il più libero di sperimentare, e nel caso di Yoko Taro questa libertà si è tradotta in giochi che rompono le convenzioni narrative in modo sistematico.
L’anti eroe dell’industria dei videogiochi
C’è qualcosa di genuinamente rinfrescante nel modo in cui Yoko Taro racconta la propria storia. In un settore dove molti creativi costruiscono con cura la propria immagine pubblica, dove ogni intervista diventa un’occasione per parlare di visione artistica e di sacrifici titanici, lui liquida tutto con una scrollata di spalle. È diventato director perché non la smetteva di parlare. Punto.
Eppure, dietro questa apparente noncuranza, il suo contributo al medium videoludico resta enorme. NieR Automata, sviluppato insieme a PlatinumGames, ha venduto milioni di copie e ha fatto scoprire la serie a un pubblico vastissimo, dimostrando che si possono raccontare storie complesse e profonde anche attraverso un action RPG. Il merito va diviso con tante persone, certo, dal compositore Keiichi Okabe al producer Yosuke Saito, ma la direzione creativa di Yoko Taro resta il collante che tiene insieme tutto.
Il fatto che una carriera così influente sia nata, per ammissione dello stesso interessato, dal semplice vizio di non saper stare zitto è forse la cosa più coerente con lo spirito dei suoi giochi. Storie che nascono dove meno te lo aspetti, significati nascosti sotto superfici apparentemente semplici, e la costante sensazione che nulla sia esattamente come sembra. Yoko Taro continua a fare quello che ha sempre fatto: parlare, proporre, ribaltare le aspettative. Solo che adesso qualcuno lo ascolta davvero.
