La grazia concessa a Nicole Minetti sembrava il punto finale di una vicenda giudiziaria lunga più di dieci anni. E invece, nel giro di poche settimane, tutto è tornato a far discutere. Il provvedimento firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 18 febbraio 2026 ha cancellato la pena residua che l’ex consigliera regionale lombarda avrebbe dovuto scontare dopo una condanna definitiva complessiva a tre anni e undici mesi di reclusione. Le condanne riguardavano il processo Ruby bis e l’inchiesta sui rimborsi dei gruppi consiliari della Regione Lombardia. Dopo la concessione della grazia, però, sono emersi dubbi su alcuni elementi contenuti nella richiesta, tanto da spingere il Quirinale a chiedere verifiche al ministero della Giustizia. Se dagli accertamenti dovessero venire fuori informazioni inesatte o non veritiere, si aprirebbe uno scenario piuttosto raro. Parliamo della possibilità di una revoca della grazia.
Ma facciamo un passo indietro. Nel diritto italiano la grazia è un provvedimento di clemenza individuale. Riguarda una singola persona condannata con sentenza definitiva e può estinguere in tutto o in parte la pena inflitta, oppure sostituirla con un’altra prevista dalla legge. Attenzione, la grazia non cancella il reato, né la condanna. Elimina soltanto la pena da scontare. Può anche estinguere eventuali pene accessorie, se il decreto presidenziale lo prevede espressamente.
Il potere di concederla spetta al presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 87 della Costituzione. A differenza di amnistia e indulto, che vengono decisi dal Parlamento e si applicano a categorie di reati, la grazia riguarda sempre un singolo caso. La richiesta può arrivare dal condannato, da un familiare, dal convivente o dall’avvocato. A quel punto si apre un’istruttoria. Vengono raccolte informazioni sulla posizione giudiziaria, sul comportamento successivo alla condanna, su eventuali risarcimenti e su altri elementi rilevanti, spesso legati a motivi umanitari.
Se il condannato è libero, l’istruttoria è svolta dal procuratore generale presso la Corte d’Appello competente; se è detenuto, interviene il magistrato di sorveglianza. Il fascicolo passa poi al ministero della Giustizia, che formula un parere e lo trasmette al Quirinale. La decisione finale spetta comunque al capo dello Stato. Una sentenza della Corte Costituzionale del 2006 ha chiarito che il presidente può concedere la grazia anche in presenza di un parere contrario del ministero.
La vicenda giudiziaria di Nicole Minetti e i nodi ancora aperti
La storia giudiziaria di Nicole Minetti è legata allo scandalo che intorno al 2010 travolse la politica italiana, coinvolgendo l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la diciassettenne Karima El Mahroug, passata alle cronache come Ruby. Secondo l’accusa, Minetti avrebbe avuto un ruolo nell’organizzazione delle cosiddette “cene eleganti” nella residenza milanese di Berlusconi e nel reclutamento di giovani donne. Nel processo Ruby bis, concluso con sentenza definitiva nel 2019, fu condannata a due anni e dieci mesi per favoreggiamento della prostituzione. A questa condanna si aggiunse quella relativa all’inchiesta sui rimborsi regionali. Una condanna definitiva nel 2021 a un anno e un mese per peculato, per aver utilizzato fondi pubblici destinati all’attività politica per spese personali, tra cui abbigliamento e ristoranti. Totale: tre anni e undici mesi.
La domanda di grazia è stata presentata nel 2025 e ha ottenuto il parere favorevole sia della Procura generale della Corte d’Appello di Milano, sia del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Tra gli elementi considerati nella procedura figuravano motivazioni umanitarie legate alla situazione familiare dell’ex consigliera. In particolare, le gravi condizioni di salute di un minore della famiglia che avrebbe bisogno di cure specialistiche e assistenza continua.
Perché si parla di possibile revoca della grazia
Dopo la concessione, alcune ricostruzioni giornalistiche hanno messo in discussione diversi aspetti della vicenda. Il bambino sarebbe nato in Uruguay e sarebbe stato affidato a Minetti e al suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani, in passato indicato come socio del finanziere Jeffrey Epstein. Nella domanda di grazia era stato indicato che la coppia aveva adottato il bambino, abbandonato alla nascita e rimasto orfano. Tuttavia, secondo quanto emerso, i genitori biologici sarebbero ancora in vita. Nel 2023 la coppia avrebbe intentato una causa ottenendo da un tribunale uruguaiano la revoca della patria potestà alla madre biologica.
Sono questi elementi ad aver spinto il Quirinale a chiedere verifiche sulla documentazione. La Procura generale di Milano ha già chiesto di poter svolgere ulteriori accertamenti, anche all’estero. La revoca di una grazia è un’eventualità rara, ma prevista dall’ordinamento. Una prima ipotesi riguarda i casi in cui la grazia venga concessa con condizioni. Se il beneficiario commette entro cinque anni un nuovo reato non colposo per il quale viene condannato a pena detentiva (dieci anni nel caso dell’ergastolo), il beneficio viene revocato automaticamente. Un’altra possibilità, molto più insolita, riguarda situazioni in cui emergano errori o presupposti falsi nella procedura. Nella prassi italiana i precedenti sono pochi. Uno dei più citati è quello di Graziano Mesina, che aveva ottenuto la grazia nel 2004 ma fu nuovamente arrestato e condannato per traffico internazionale di droga, nel 2016 il presidente Mattarella decise di revocare il provvedimento.
Per questo la vicenda legata alla grazia di Nicole Minetti è osservata con particolare attenzione. Se dagli accertamenti dovesse emergere che il provvedimento è stato concesso sulla base di presupposti inesatti o informazioni incomplete, potrebbe aprirsi un caso giuridico delicato e relativamente inedito nella prassi repubblicana.
