Una sentenza del TAR Lombardia ha fatto discutere parecchio nelle ultime settimane. Al centro della vicenda c’è la bocciatura di una studentessa con discalculia grave, che nel corso dell’anno scolastico 2023/2024 aveva accumulato ben otto insufficienze gravi, tra cui un 4 in matematica e un 4 in inglese. Nonostante la presenza di un Piano Didattico Personalizzato (PDP) regolarmente certificato, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato dai genitori della ragazza, confermando la decisione della scuola.
Il punto centrale della questione è tanto semplice quanto delicato: il PDP serve a garantire un percorso scolastico adeguato, con misure dispensative e strumenti compensativi, ma non può in alcun modo assicurare automaticamente la promozione. Detto in parole povere, avere un disturbo specifico dell’apprendimento dà diritto a un supporto concreto durante lo studio, ma non cambia il fatto che i risultati scolastici debbano raggiungere una soglia minima.
Perché il TAR ha respinto il ricorso
La famiglia della studentessa con discalculia aveva impugnato la bocciatura sostenendo che le insufficienze fossero in qualche modo collegabili a una mancata applicazione corretta del Piano Didattico Personalizzato. Il ragionamento era chiaro: se la scuola avesse rispettato pienamente le misure previste dal PDP, quei voti sarebbero stati diversi. Tuttavia il TAR Lombardia ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti a dimostrare un nesso diretto tra le valutazioni ricevute e un’eventuale inadempienza da parte dell’istituto scolastico.
Otto insufficienze gravi non sono poche. E il tribunale ha valutato che, pur riconoscendo la condizione della ragazza, la scuola avesse fatto quanto in suo potere per mettere a disposizione gli strumenti previsti dalla normativa sui DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Il diritto allo studio, insomma, era stato tutelato attraverso il percorso personalizzato. Ma il risultato finale restava comunque insufficiente.
Questa distinzione tra percorso e risultato è il cuore della sentenza. Il PDP non funziona come una rete di sicurezza che impedisce la bocciatura a prescindere. Piuttosto, rappresenta un insieme di accorgimenti pensati per mettere lo studente nelle condizioni migliori possibili per affrontare il programma scolastico. Se poi quei risultati non arrivano, la scuola mantiene la facoltà di decidere per la non ammissione all’anno successivo.
Cosa significa questa sentenza per gli studenti con DSA
La decisione del TAR Lombardia sulla studentessa con discalculia non va letta come un arretramento nella tutela dei diritti degli studenti con disturbi dell’apprendimento. Semmai chiarisce un confine che spesso genera confusione tra famiglie e istituzioni scolastiche. Il Piano Didattico Personalizzato resta uno strumento fondamentale, previsto per legge, che le scuole sono obbligate a predisporre e applicare. Quello che non può fare è trasformarsi in una garanzia automatica di sufficienza.
Per chi ha figli con DSA, il messaggio che emerge dalla sentenza è abbastanza netto: contestare una bocciatura richiede prove concrete che dimostrino come la scuola non abbia rispettato quanto stabilito nel PDP. Senza quel tipo di documentazione, il ricorso rischia di non avere basi sufficienti per essere accolto. Nel caso specifico, i genitori non sono riusciti a fornire elementi che collegassero le otto insufficienze gravi a una carenza nell’applicazione delle misure compensative e dispensative previste dal piano della ragazza.
Il TAR Lombardia ha dunque tracciato una linea chiara: il diritto allo studio per gli studenti con discalculia e altri DSA passa attraverso strumenti adeguati, ma la valutazione finale resta una prerogativa della scuola, legata ai risultati effettivamente raggiunti.
