La timeline di Zelda è uno degli argomenti più dibattuti e appassionanti per chiunque abbia mai impugnato un controller con Link sullo schermo. Generazioni di fan hanno provato a mettere ordine nella cronologia della saga, costruendo teorie, mappe temporali e discussioni infinite sui forum. Ma quello che forse non tutti sanno è che Nintendo aveva già le idee piuttosto chiare su come i vari capitoli si collegassero tra loro, e lo aveva messo nero su bianco molto prima di quanto si possa immaginare.
Un documento enorme già nel 2003
Già nel 2003, Nintendo disponeva di un “documento enorme” che tracciava la connessione tra i vari capitoli della saga di Zelda. Non si trattava di appunti sparsi o idee buttate giù su un tovagliolo, ma di un vero e proprio schema organizzato che delineava la cronologia ufficiale della serie. Questo significa che, mentre i fan stavano ancora litigando su dove posizionare Majora’s Mask rispetto a Ocarina of Time, a Kyoto qualcuno aveva già un quadro complessivo piuttosto definito.
La cosa interessante, però, è il contrasto tra l’esistenza di questo documento e l’atteggiamento che Nintendo ha sempre mantenuto pubblicamente rispetto alla questione. Perché sì, la timeline esisteva eccome, ma non era esattamente in cima alla lista delle priorità dello studio. E qui entra in gioco una dichiarazione che la dice lunga sulla filosofia di sviluppo della casa di Kyoto.
Miyamoto e la filosofia del gameplay prima di tutto
Shigeru Miyamoto, il creatore della serie e probabilmente il game designer più influente della storia dei videogiochi, ha ammesso candidamente che la timeline di Zelda “non è poi così importante per noi”. Una frase che potrebbe far storcere il naso a chi ha passato anni a studiare ogni singolo dialogo dei giochi alla ricerca di indizi sulla cronologia, ma che in realtà rivela qualcosa di fondamentale su come vengono pensati i giochi di Zelda.
La priorità, nelle parole dello stesso Miyamoto, è sempre stata un’altra: “Ci interessa di più sviluppare il sistema di gioco“. Tradotto: prima viene l’esperienza ludica, il modo in cui chi gioca interagisce con il mondo, le meccaniche, la sensazione di scoperta e di avventura. La narrativa e la collocazione temporale arrivano dopo, come un vestito che si adatta al corpo già formato del gameplay. Non il contrario.
Questo approccio spiega parecchie cose. Spiega perché ogni capitolo di Zelda funziona perfettamente anche senza conoscere nulla degli altri. Spiega perché Breath of the Wild ha potuto riscrivere le regole della saga senza preoccuparsi troppo di dove cadesse nella timeline. E spiega anche perché, nonostante quel famoso documento esistesse dal 2003, Nintendo non ha mai sentito il bisogno urgente di condividerlo con il pubblico fino alla pubblicazione di Hyrule Historia nel 2011, e anche in quel caso la reazione dei fan è stata un misto di entusiasmo e perplessità per alcune scelte cronologiche che sembravano più pratiche che narrative.
Il gioco viene prima della storia
Alla fine, quello che emerge da questa vicenda è una conferma di qualcosa che molti sospettavano già: per Nintendo, la timeline di Zelda è uno strumento interno, utile per mantenere una certa coerenza di fondo, ma mai un vincolo creativo. Il gameplay guida le decisioni, e la storia si piega attorno a quelle scelte. Se un nuovo capitolo ha bisogno di ignorare o reinterpretare la cronologia per offrire un’esperienza migliore, così sia. Il documento enorme del 2003 esiste, certo, ma resta chiuso in un cassetto a Kyoto mentre il team di sviluppo si concentra su quello che sa fare meglio: costruire mondi in cui perdersi, senza preoccuparsi troppo di quando, esattamente, quella avventura stia accadendo.
