Il ban dei social media per i minori doveva essere la svolta, la soluzione drastica per proteggere i più giovani dai rischi della rete. E invece, a distanza di mesi dalla sua introduzione in Australia, i numeri raccontano una storia molto diversa. Oltre il 60% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni continua ad accedere tranquillamente alle piattaforme vietate. Un dato che fa riflettere, soprattutto perché mezza Europa sta cercando di seguire lo stesso percorso.
Il divieto australiano e i metodi per aggirarlo
Dal 10 dicembre 2025, in Australia è scattato il divieto di accesso ai social media per gli utenti con meno di 16 anni. Una legge ambiziosa, che ha coinvolto piattaforme del calibro di Facebook, Instagram, Threads, X, Kick, Reddit, Snapchat, TikTok, Twitch e YouTube. Il problema è che quasi subito sono comparsi metodi per aggirarla. Il più banale? Usare il volto di un adulto per superare il riconoscimento facciale. Chi ha un po’ più di dimestichezza con la tecnologia, invece, si è affidato a una VPN, rendendo di fatto invisibile la propria posizione e la propria identità digitale.
La Molly Rose Foundation, organizzazione non profit con sede nel Regno Unito, ha condotto un’indagine che ha messo nero su bianco quello che molti sospettavano: il ban per i minori non funziona come previsto. Oltre il 60% dei ragazzi nella fascia 12/15 anni risulta ancora attivo sulle piattaforme interessate dal divieto. E la cosa ancora più significativa è che diverse piattaforme, tra cui YouTube, Instagram, Snapchat e TikTok, non hanno neppure preso provvedimenti concreti per impedire l’accesso, senza disattivare né rimuovere gli account dei minori.
Il garante della privacy australiano aveva comunicato, a inizio anno, un dato che sembrava incoraggiante: circa 5 milioni di account bloccati. Ma a fine marzo la stessa autorità ha ammesso che YouTube, Instagram, Facebook, Snapchat e TikTok potrebbero aver violato la legge, aprendo la strada a una possibile indagine formale.
L’Europa segue l’esempio, ma i dubbi restano
Nonostante i risultati tutt’altro che entusiasmanti, il modello australiano ha fatto scuola. Parecchi paesi hanno deciso di percorrere la stessa strada, introducendo o preparando normative simili. Tra questi ci sono Francia, Germania, Spagna, Danimarca, Portogallo, Regno Unito, Austria, Grecia, Norvegia e Turchia. Una lista lunga, che dimostra quanto il tema della protezione dei minori online sia sentito a livello globale. Ma il report della Molly Rose Foundation è piuttosto netto nel dire che le soluzioni puramente legislative, da sole, non bastano.
C’è poi un nodo che riguarda la sicurezza dei dati. I sistemi di verifica dell’età raccolgono inevitabilmente informazioni sensibili, e questo solleva preoccupazioni serie sul fronte della privacy. In pratica, per proteggere i ragazzi si rischia di esporre i dati personali di tutti gli utenti, compresi quelli degli adulti.
Anche in Italia qualcosa si muove. È stata avviata la discussione su un disegno di legge che punta a vietare l’accesso ai social media per i minori di 15 anni. Entro l’estate dovrebbe essere disponibile un’app dell’Unione Europea dedicata alla verifica dell’età, che gli utenti italiani troveranno integrata in IT Wallet. Al momento, però, questo strumento non ha alcuna utilità pratica.
