Palantir, il colosso americano dell’analisi dati fondato da Peter Thiel e valutato circa 400 miliardi di euro, è finito al centro di uno scontro legale con la testata giornalistica svizzera Republik. Il motivo? Un’inchiesta pubblicata a dicembre 2025, realizzata in collaborazione con il WAV Research Collective, che ha ricostruito anni di tentativi da parte dell’azienda di piazzare i propri software presso le autorità federali svizzere. Di Thiel si è parlato anche in Italia, dove è stato ospite a Roma per una controversa conferenza a porte chiuse dedicata al tema dell’Anticristo.
Quello che si sa meno, e che interessa parecchio, è come si muove un’azienda che ha contratti con la Cia, con l’Ice e che ha collaborato con l’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, quando si presenta alle porte delle forze di polizia europee per proporre i propri servizi. Anche in Italia ci sono già contratti attivi con il ministero della Difesa. Di recente poi è emerso che il ceo di Palantir, Alex Karp, avrebbe proposto al Viminale l’utilizzo di un prodotto software senza passare da un bando di gara. Il ministero dell’Interno, stando a quanto riportato, avrebbe rifiutato.
L’azienda offre sostanzialmente due piattaforme. Foundry, pensata per uso civile, integra fonti di dati diverse per creare applicazioni operative, dashboard e flussi decisionali. Poi c’è Gotham, sviluppata per intelligence, difesa e forze dell’ordine. Collega archivi enormi di dati frammentati per cercare persone, relazioni, eventi, costruire profili e individuare schemi invisibili a occhio umano. Prodotti che, va detto, fanno gola praticamente a qualunque istituzione. Foundry è già in uso nel sistema sanitario britannico dal 2023, e nello stesso anno è stata adottata anche dal Policlinico Gemelli di Roma.
Palantir, 7 anni di tentativi respinti dalla Svizzera
L’inchiesta di Republik e del collettivo WAV descrive un rapporto lungo anni durante il quale Palantir ha cercato di vendere i propri software a diverse autorità federali svizzere e all’esercito, senza però riuscire a ottenere un ingresso stabile. Non si tratta di un singolo negoziato andato male, ma di una strategia ripetuta partita almeno dal 2018 e proseguita per circa sette anni. La pandemia da Covid ha accelerato le cose. L’azienda ha promosso Foundry come strumento per il tracciamento dei contagi. Dal materiale raccolto dai giornalisti emerge che Palantir avrebbe provato ad aprire più porte. Come amministrazione federale, apparato militare, contesti politici di alto livello, compresi incontri al World Economic Forum di Davos.
Secondo l’inchiesta, gli uffici federali svizzeri avrebbero respinto Palantir almeno nove volte. Le ragioni non erano generiche. Un rapporto ottenuto dai giornalisti parlava di rischio reputazionale e di timori per il possibile trasferimento di dati sensibili alle autorità statunitensi, come ha spiegato Balz Oertli del collettivo WAV. Un problema di sovranità e controllo dei dati, non solo di prezzo. In altri casi, la valutazione era ancora più secca: il prodotto non veniva semplicemente considerato necessario.
La causa legale e le accuse reciproche
Palantir ha citato in giudizio Republik per quelle che definisce “assurde mancate rettifiche”. La giornalista Marguerite Meyer ha raccontato che, prima della pubblicazione, i colleghi avevano intervistato di persona i dirigenti nella sede di Zurigo e inviato un elenco di domande, verificando tutti i fatti. L’azienda replica di aver agito secondo la legge svizzera, chiedendo una Gegendarstellung, cioè una contro dichiarazione, dopo che la testata aveva rifiutato due richieste stragiudiziali di replica. Secondo Palantir, gli articoli contengono “narrazioni speculative e fuorvianti” e non sarebbe stata offerta la possibilità di verificare tutte le affermazioni pubblicate.
L’azienda ha anche scritto del caso sul proprio blog, contestando la robustezza metodologica dell’inchiesta e sostenendo che la propria attività verso le autorità svizzere non fosse diversa dalle normali esplorazioni di mercato. Republik, dal canto suo, ritiene che la causa sia un tentativo di intimidazione. Palantir nega che si tratti di una cosiddetta Slapp, precisando di non aver chiesto né la rimozione di contenuti né risarcimenti danni.
Il lavoro giornalistico è stato possibile grazie a 59 richieste di accesso civico generalizzato inviate alle agenzie governative elvetiche. Al momento il procedimento pende davanti al tribunale di Zurigo e non si conoscono ulteriori dettagli sui tempi.
