La batteria rimovibile potrebbe tornare sugli smartphone, ma non per motivi romantici legati al passato. Google ha depositato un brevetto, il numero US20260006115A1, che descrive un sistema meccanico per rendere la batteria dei Pixel sostituibile senza attrezzi specializzati. Molti hanno subito pensato a un ritorno ai tempi dei pannelli posteriori che si staccavano con un clic. La realtà è diversa, e forse anche più interessante.
Dietro questo brevetto non c’è nessun colpo di nostalgia. C’è il regolamento UE che impone ai produttori di garantire la sostituzione della batteria usando strumenti disponibili in commercio entro febbraio 2027. Google non sta facendo beneficenza: si sta adeguando a una normativa che non lascia margine di interpretazione. E lo sta facendo con un approccio ingegneristico piuttosto raffinato.
Il design descritto nel brevetto prevede un telaio metallico dedicato in cui la batteria viene inserita. Questo telaio scorre poi all’interno del corpo del telefono e si blocca tramite innesti meccanici. Niente colla, niente pistola termica, niente solventi chimici. Il telaio, tra l’altro, non serve solo a tenere la batteria in posizione: funziona anche come sistema di messa a terra per le antenne, grazie a contatti a molla che si connettono automaticamente al momento dell’inserimento. Un dettaglio tutt’altro che banale, considerando quanto i telefoni moderni dipendano dalla qualità del collegamento tra componenti interni e antenna.
Va detto chiaramente: un brevetto non è una roadmap di prodotto. Depositato il 1° gennaio 2026, dimostra che c’è lavoro ingegneristico reale su questo fronte, ma non conferma che la funzione arriverà su un Pixel specifico.
Perché la batteria rimovibile sui Pixel avrebbe perfettamente senso
Aprire un Google Pixel attuale è un’operazione che fa venire l’ansia anche ai più esperti. Bisogna scaldare i bordi con una pistola termica, tagliare il silicone ammorbidito e sperare che il display sopravviva. La batteria, poi, è incollata con adesivi tenaci: per rimuoverla servono solventi come l’alcool isopropilico. Non è esattamente un lavoro da fare sul tavolo della cucina.
Il problema ha anche un risvolto economico concreto. Una batteria di ricambio per Pixel 9 Pro XL costa circa 55 euro, ma portarla in un centro assistenza può triplicare il costo a causa della manodopera. E tutto questo per un componente che inizia a degradarsi in modo sensibile intorno agli 800/1.000 cicli di ricarica, vale a dire circa tre anni di utilizzo normale.
Ed ecco il paradosso. Dopo tre anni il resto del telefono è spesso ancora in ottima forma: il processore regge benissimo, il pannello OLED è integro, le fotocamere continuano a fare il loro lavoro. È la batteria il vero punto debole, e il design attuale rende la sua sostituzione inutilmente complicata e costosa. Google lo sa bene, visto che sui Pixel ha già promesso 7 anni di aggiornamenti: una promessa che suona un po’ vuota se dopo tre anni la batteria è a pezzi e cambiarla costa quanto una cena fuori.
Non solo Google: il tema della riparabilità è più grande di un singolo brevetto
Non è un caso che movimenti come iFixit e il Right to Repair spingano da anni in questa direzione. Le batterie incollate non rappresentano solo un problema tecnico: sono un meccanismo che di fatto concentra le riparazioni nei canali ufficiali e accelera la produzione di rifiuti elettronici. Il brevetto di Google, che sia destinato o meno a un futuro Pixel, è comunque il segnale che almeno a livello progettuale qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta, spinta da una normativa europea che stavolta non ammette scorciatoie.
