Le mani robotiche stanno per fare un salto enorme. Quelli che conosciamo come robot industriali, quelli fortissimi e velocissimi che popolano le catene di montaggio e i video virali sui social, hanno ancora un problema grosso che nessuno è riuscito davvero a risolvere fino in fondo: sono goffi. E lo sono soprattutto quando si tratta di fare cose che richiedono precisione e delicatezza. Spostare scatoloni, sollevare pezzi pesanti, ripetere lo stesso movimento migliaia di volte? Nessun problema. Ma provate a chiedere a un robot di stringere un bullone, impugnare uno strumento chirurgico o anche solo maneggiare un attrezzo un po’ fuori dall’ordinario. Ecco, lì le cose si complicano parecchio.
E il motivo, se ci si pensa, è quasi banale nella sua evidenza. Il problema sta nelle “mani”, se così si possono chiamare. La maggior parte dei robot oggi in circolazione lavora con appendici ridotte a semplici pinze metalliche, che non hanno nulla della sensibilità, della coordinazione e della capacità di adattamento che caratterizza una mano umana. Operazioni che per una persona risultano complesse ma fattibili, per un robot diventano un muro quasi invalicabile. E la situazione peggiora ulteriormente quando il contesto operativo non è stabile: pensiamo ad esempio a un intervento su una nave in movimento, dove ogni oscillazione cambia le carte in tavola.
Il progetto della University of Southern California finanziato dalla US Navy
Proprio su questo fronte si inserisce un progetto particolarmente ambizioso. Il professor Erdem Bıyık, che lavora presso la University of Southern California, ha avviato una ricerca mirata a colmare questo divario tra le capacità meccaniche dei robot e la destrezza umana. Non si parla di un generico miglioramento, ma di insegnare ai robot a usare strumenti reali, quelli progettati per le mani delle persone, con un livello di abilità che finora sembrava appartenere solo alla fantascienza.
Il progetto ha ricevuto un finanziamento importante: circa 620.000 euro (poco più di EUR 593.572) stanziati direttamente dalla US Navy, la marina militare statunitense. Il fondo rientra in un programma specifico dedicato ai giovani ricercatori più promettenti, un segnale piuttosto chiaro dell’interesse strategico che le forze armate americane ripongono in questo tipo di tecnologia. Del resto, in ambito militare e navale, avere robot capaci di operare con precisione anche in condizioni instabili rappresenterebbe un vantaggio enorme.
Perché le mani robotiche sono ancora così indietro
Vale la pena soffermarsi un attimo su cosa renda il problema delle mani robotiche così ostico. Non è solo una questione meccanica. Una mano umana combina forza, sensibilità tattile, capacità di adattamento istantaneo alla forma degli oggetti e una coordinazione finissima tra dita, polso e braccio. Tutto questo avviene in modo quasi inconscio, grazie a un sistema nervoso che elabora informazioni in tempo reale. Replicare anche solo una parte di queste funzioni in un sistema artificiale richiede progressi simultanei in robotica, intelligenza artificiale e sensoristica.
