Capita a tutti, prima o poi, di parlare di un prodotto qualsiasi e ritrovarselo pochi minuti dopo come inserzione tra i feed dei social network. Sembra quasi magia, o peggio, sembra che qualcuno stia ascoltando. La realtà è diversa, e forse anche più inquietante: la questione ruota tutta attorno ai dati personali che le app raccolgono ogni giorno, spesso in quantità ben superiori a quanto servirebbe per far funzionare il servizio. Alcune analisi recenti sul mercato italiano hanno messo in fila numeri e tendenze, e il quadro che ne esce merita attenzione. App e privacy sono un binomio sempre più delicato, con i social network che si piazzano stabilmente tra le piattaforme più invasive in assoluto.
Quanto raccolgono davvero le app più usate in Italia
Partendo dai dati disponibili nelle informative privacy delle applicazioni più scaricate nel nostro Paese, emerge un panorama piuttosto chiaro. I social media sono in cima alla classifica per voracità informativa: alcune di queste piattaforme arrivano a utilizzare oltre l’85% dei dati raccolti per analytics, personalizzazione e funzionamento interno. Ma non finisce qui. Circa il 68% di quei dati viene anche condiviso con terze parti, ed è esattamente questo passaggio a rendere possibile quel targeting pubblicitario così chirurgico che ormai tutti sperimentano scrollando il proprio feed.
Se si guarda al settore business, le app professionali non sono esattamente delle sante: utilizzano oltre il 70% dei dati raccolti per garantire funzionalità avanzate, mantenendo comunque una quota significativa di condivisione esterna, superiore al 35%. L’obiettivo dichiarato resta la personalizzazione dei contenuti e il miglioramento delle performance, ma la sostanza cambia poco dal punto di vista dell’utente finale.
Nel comparto intrattenimento, piattaforme video e musicali sfruttano i dati soprattutto per suggerire contenuti su misura, con percentuali di utilizzo che oscillano tra il 45% e il 65% e una condivisione con terze parti che può arrivare fino al 30%. I servizi di food delivery, invece, si attestano tra il 50% e il 60% di utilizzo dati, con una condivisione definita moderata. Le app di navigazione, infine, si muovono in una fascia del 55%/70%, con una condivisione più contenuta rispetto ai social.
Non tutte le app funzionano allo stesso modo
Va detto che non ogni applicazione segue lo stesso schema. Alcuni servizi, soprattutto nei settori viaggi, finanza e trasporti, risultano decisamente più misurati sia nella raccolta che nella condivisione dei dati personali. L’utilizzo delle informazioni resta limitato alle funzioni essenziali e all’analisi interna, senza quel ricorso massiccio a terze parti che caratterizza i social network. È una differenza che racconta molto del modello di business: le piattaforme che vivono di pubblicità tendono a raccogliere di più, quelle basate su transazioni o servizi di utilità mantengono un approccio più prudente.
La sensazione di essere “spiati” nasce dalla combinazione di più fattori: cronologia di navigazione, ricerche effettuate, posizione geografica, interazioni e persino il tempo trascorso su determinati contenuti. Tutti questi dati, una volta aggregati e analizzati, permettono alle piattaforme di costruire profili utente estremamente dettagliati. Non serve che un’app ascolti le conversazioni: basta incrociare le informazioni già disponibili per prevedere interessi e comportamenti con un grado di precisione sorprendente.
Cosa si può fare per proteggere la propria privacy
Gli esperti suggeriscono di adottare alcuni accorgimenti pratici nella gestione della propria privacy digitale. Limitare i permessi concessi alle app solo a quelli strettamente necessari è un buon punto di partenza. Consultare le impostazioni sulla privacy, anche in modo rapido, aiuta a capire cosa si sta effettivamente autorizzando. Evitare la condivisione di informazioni sensibili non indispensabili e mantenere aggiornate sia le applicazioni che il sistema operativo sono altri passi concreti.
Cresce anche l’importanza di orientarsi verso servizi più trasparenti nella gestione dei dati. La personalizzazione può migliorare l’esperienza d’uso, ma ha un costo: e quel costo lo si paga in dati personali condivisi, spesso senza averne piena consapevolezza.
