Il mercato dei videogiochi non è mai stato così grande come oggi. Le vendite di console e titoli raggiungono numeri che fino a qualche anno fa sembravano impensabili, eppure c’è una sensazione strisciante che attraversa chi gioca da tempo: quella di trovarsi davanti a prodotti sempre più simili tra loro. E allora viene naturale chiedersi quali siano quei generi di videogiochi che dovrebbero tornare, quelli capaci di offrire qualcosa di diverso, di sorprendere, di rompere uno schema che ormai sembra consolidato. Perché sì, viviamo in un’epoca d’oro dal punto di vista commerciale, ma il guizzo creativo che ha segnato le prime stagioni del gaming sembra essersi affievolito parecchio.
Non si tratta di nostalgia fine a sé stessa. Il punto è un altro: il panorama attuale tende a premiare formule collaudate, generi sicuri, meccaniche già viste mille volte. I grandi publisher puntano su ciò che funziona, e questo è comprensibile da un punto di vista economico. Ma il risultato è una certa omologazione che rende molti titoli intercambiabili. Qualche guizzo ogni tanto c’è, certo, ma resta l’eccezione piuttosto che la regola. E chi ha vissuto epoche in cui l’industria sperimentava con coraggio, sa bene cosa manca.
Perché certi generi meritano una seconda chance
Quando si parla di generi di videogiochi che meriterebbero un ritorno, non si fa riferimento solo a categorie dimenticate per moda. Si parla di interi filoni creativi che hanno smesso di esistere non perché fossero brutti o poco giocabili, ma perché il mercato si è spostato altrove. Pensiamo a quanti stili di gioco sono semplicemente scomparsi dai radar degli sviluppatori principali, sostituiti da open world enormi ma spesso vuoti, live service costruiti attorno alla monetizzazione, sequel che cambiano poco o nulla rispetto al capitolo precedente.
Il fatto che oggi ci siano più videogiochi in circolazione che in qualsiasi altro momento della storia non significa automaticamente che ci sia più varietà. Anzi, il paradosso è proprio questo: la quantità è aumentata, ma la diversità creativa si è in parte ridotta. E quando qualcuno prova a uscire dagli schemi, spesso viene considerato un rischio troppo grande. Questo meccanismo ha portato alla progressiva scomparsa di generi che in passato avevano un pubblico fedele e appassionato.
La prima era del gaming e quel coraggio che oggi manca
Chi ha memoria della prima era del gaming ricorda bene un periodo in cui gli sviluppatori osavano di più. Le limitazioni tecniche, paradossalmente, spingevano verso soluzioni creative che oggi non servono più, perché la potenza hardware permette di fare quasi tutto. Ma proprio questa abbondanza di mezzi sembra aver tolto qualcosa alla voglia di sperimentare. I generi che una volta nascevano quasi per caso, da intuizioni bizzarre o da team piccoli con idee enormi, oggi faticano a trovare spazio in un mercato dominato da logiche industriali.
La sensazione diffusa è che ci siano almeno tre generi di videogiochi che dovrebbero tornare, capaci di ridare linfa a un settore che sul piano creativo rischia di appiattirsi. Non è questione di guardare indietro con malinconia, ma di riconoscere che certe formule di gioco avevano qualcosa di speciale, qualcosa che il mercato attuale, con tutta la sua abbondanza, non riesce a replicare. E il pubblico, a giudicare dalle discussioni che ciclicamente riemergono nelle comunità online, sembra sentirne la mancanza più di quanto i grandi studi vogliano ammettere.
