La concorrenza nel settore dell’intelligenza artificiale sta diventando un tema caldissimo anche per chi sembrava inarrivabile. OpenAI ha fatto trapelare, attraverso un memo interno della sua Chief Revenue Officer Denise Dresser, una preoccupazione piuttosto chiara: il rischio che utenti e aziende possano migrare verso piattaforme rivali è reale, e va affrontato con una strategia precisa. Il documento, lungo quattro pagine, delinea un piano che punta a rafforzare la posizione della società nel mercato enterprise e a ridurre il tasso di abbandono dei clienti, in un momento in cui la corsa all’AI entra davvero nel vivo.
Quello che emerge dal memo è un cambio di prospettiva significativo. OpenAI non si considera più al sicuro per il semplice fatto di essere stata la prima a conquistare l’attenzione globale con i propri modelli. Dresser lo dice senza troppi giri di parole: passare da un modello all’altro è diventato fin troppo facile. Sia per i singoli utenti che per le aziende, il costo di switching è basso, e questo rende la fidelizzazione un problema serio. La risposta che OpenAI intende dare è trasformarsi da un insieme di soluzioni separate a una piattaforma unificata, dove ogni prodotto dialoga con gli altri in modo coerente.
La strategia multi prodotto per rendere OpenAI insostituibile
Il concetto di fondo è abbastanza lineare, anche se ambizioso: più prodotti OpenAI un utente adotta, più diventa complicato sostituirli tutti con alternative della concorrenza. È il classico meccanismo dell’ecosistema integrato, lo stesso che ha funzionato per altre grandi piattaforme tech. Dresser invita i colleghi a ripensare l’azienda come una piattaforma con diversi punti di accesso ma un’unica offerta coerente, almeno per quanto riguarda il segmento enterprise. Una direzione che implica anche scelte nette su dove concentrare le risorse, privilegiando i progetti che generano più ricavi e lasciando in secondo piano le iniziative considerate meno strategiche.
E qui entra in gioco il nome che evidentemente tiene sveglia qualcuno a San Francisco. Il memo identifica Anthropic come la principale concorrente percepita, soprattutto per il lavoro fatto nell’ambito della programmazione. In particolare viene citato Claude Code, il prodotto di Anthropic che sta guadagnando terreno tra gli sviluppatori. Dresser riconosce apertamente la qualità di quanto fatto dalla rivale in quel segmento, il che la dice lunga su quanto la competizione sia sentita internamente.
Il vero problema potrebbe essere ancora più grande
Anche se Anthropic è il nome che ricorre più spesso nel memo, il documento lascia intendere che la vera minaccia per OpenAI potrebbe trovarsi a un livello ancora superiore. Il punto non è solo chi offre il modello migliore oggi, ma chi riesce a costruire l’infrastruttura più solida e l’ecosistema più difficile da abbandonare domani. La facilità con cui le aziende possono migrare da un provider all’altro rappresenta un rischio strutturale, e OpenAI sembra averlo capito.
