La crisi esplosa ad aprile 2026 attorno a The Document Foundation (TDF) e al progetto LibreOffice non ha nulla a che fare con bug nel codice o scelte tecniche discutibili. Il problema è un altro, e tocca un nervo scoperto di tutto il mondo open source: come si tiene in piedi una fondazione senza scopo di lucro quando attorno al suo prodotto orbitano aziende commerciali con interessi legittimi ma potenzialmente in conflitto con la governance dell’organizzazione?
Al centro della vicenda c’è Collabora, società con sede a Cambridge nel Regno Unito, tra i contributori più importanti allo sviluppo di LibreOffice. Collabora ha sviluppato la propria suite, Collabora Office, il cui codice deriva in parte proprio da LibreOffice. Un prodotto anche gratuito, certo, ma pur sempre espressione di una realtà dal profilo spiccatamente commerciale. E qui nasce il cortocircuito: TDF, in quanto fondazione non profit, deve garantire indipendenza e conformità legale. Quando oltre 30 sviluppatori affiliati a Collabora si sono visti revocare la membership, la motivazione ufficiale era chiara: la presenza di soggetti legati a interessi commerciali negli organi decisionali poteva generare conflitti tali da mettere a rischio lo status giuridico della fondazione.
A rafforzare questa posizione ci sono due audit finanziari falliti, con rilievi scritti di revisori indipendenti riferiti al 2023 e al 2024, e comportamenti problematici fatti risalire addirittura al 2020. Le nuove Community Bylaws, introdotte proprio dopo quegli audit, stabiliscono che non possa mantenere la membership chi lavora per aziende coinvolte in contenziosi legali con TDF, almeno nei casi più critici. Va detto, però, che la misura non esclude questi sviluppatori dalla vita tecnica del progetto: continuano a partecipare all’Engineering Steering Committee, alle mailing list, ai forum, agli eventi. Restano pienamente attivi nello sviluppo. La linea di TDF, insomma, separa in modo netto la governance istituzionale dalla collaborazione sul codice.
I numeri, il peso di Collabora e la risposta di TDF
Italo Vignoli, tra i fondatori di TDF e del progetto LibreOffice, ha provato a smorzare i toni con una lettera aperta rivolta ad alcuni sviluppatori di Collabora. Nel testo si riconosce apertamente il valore dei contributi tecnici, definiti generosi e onesti. Ma la rottura, ribadisce Vignoli, nasce altrove: secondo la fondazione, alcuni rappresentanti aziendali eletti negli organi direttivi avrebbero agito in modo da compromettere lo status non profit.
E i numeri parlano chiaro sul peso della questione. Nei 12 mesi considerati, gli 8 sviluppatori impiegati direttamente dalla fondazione hanno prodotto 4.077 patch, pari al 37% del totale. I 47 sviluppatori di Collabora ne hanno contribuite 4.763, il 43%. I 221 volontari hanno aggiunto 1.871 patch, il 17%. TDF si rifiuta di attestare che LibreOffice dipenda in modo esclusivo da una sola azienda, ma il peso di Collabora sullo sviluppo è evidentemente alto. E proprio per questo, sostiene la fondazione, la governance deve essere ancora più solida: più un attore pesa, più c’è interesse a evitare che quel peso si trasformi in influenza impropria sugli organi fiduciari.
TDF ha anche toccato il tema di LibreOffice Online, sostenendo che la riapertura del repository, dopo anni di accantonamento, non rappresenterebbe di per sé una minaccia commerciale per Collabora. Un repository aperto non basta a costruire un’offerta cloud competitiva. La fondazione afferma inoltre di possedere documenti interni dal 2022 sul rischio di un fork di LibreOffice da parte di Collabora, e collega a quel timore la decisione di assumere nuovi sviluppatori.
La replica di Collabora: regole cambiate in corsa
Il CEO di Collabora, Michael Meeks, non ha usato mezzi termini nella sua risposta pubblica. Pur riconoscendo che le FAQ pubblicate da TDF contengano alcune correzioni utili, ha definito parte del contenuto fuorviante e diffamatorio, oltre che fattualmente inesatto. Secondo Meeks, molte delle pratiche oggi sotto accusa, in particolare la distribuzione di LibreOffice sugli app store e l’uso del marchio, sarebbero state adottate seguendo indicazioni legali e linee guida della stessa fondazione, salvo poi essere riconsiderate come problematiche a distanza di anni.
C’è anche un elemento economico non trascurabile: Collabora avrebbe versato volontariamente oltre il 15% dei ricavi provenienti dagli store a TDF, senza obblighi contrattuali stringenti, mentre oggi si vedrebbe richiedere un contributo formale retroattivo. Sul tema delle gare d’appalto, l’azienda respinge ogni responsabilità diretta, ricordando che le procedure erano gestite da board e staff di TDF non coinvolti nelle offerte. Meeks ha sottolineato che i rappresentanti di Collabora sono fuori dal consiglio da oltre due anni, rendendo difficile attribuire responsabilità attuali, e ha chiuso dichiarando la disponibilità a partecipare a una mediazione per cercare soluzioni concrete.
