La plastica è ovunque nella vita quotidiana, dalle bottiglie d’acqua ai flaconi dei detergenti, fino agli imballaggi di quasi tutto ciò che si compra al supermercato. E il suo prezzo è legato a doppio filo a quello del petrolio, che in queste settimane sta vivendo una fase di forte instabilità. Nonostante gli sforzi dell’Unione europea per ridurne il consumo, l’Italia resta una consumatrice e importatrice massiccia di plastica, esposta in pieno alle oscillazioni dei mercati energetici globali, rese ancora più violente dalla crisi nello stretto di Hormuz.
Da quello stretto, per dare un’idea, transita un quinto del petrolio mondiale. La sua riapertura era stata la condizione posta da Donald Trump per il cessate il fuoco di venti giorni concordato nella notte dell’8 aprile con Iran, Israele e Stati Uniti. Poche ore dopo, però, i raid aerei israeliani hanno colpito Beirut, in Libano. L’Iran ha reagito bloccando nuovamente il passaggio e imponendo unilateralmente un pedaggio che nessuno intende pagare. Trump, dopo il fallimento dei colloqui a Islamabad, ha dichiarato sul suo social network Truth che la stessa Marina militare statunitense bloccherà lo stretto di Hormuz, aggiungendo che verranno distrutte le mine piazzate dagli iraniani.
Anche nel caso in cui la crisi dovesse ricomporsi, lo sblocco non sarebbe immediato. Centinaia di navi da carico e petroliere risultano ferme su entrambi i lati, e servirebbero almeno un mese perché raggiungano Asia o Europa. L’annuncio dell’accordo iniziale aveva fatto crollare il prezzo del Brent del 15%, portandolo sotto i circa 85 euro al barile. Invece, il Wti si attestava poco sotto i 87 euro. Ma non appena la fragilità dell’intesa è diventata evidente, le quotazioni sono risalite.
Nella mattina del 10 aprile, il Brent superava i circa 89 euro al barile e il Wti sfiorava i 93 euro. Valori ben superiori ai livelli pre conflitto, pari a circa 65 euro al barile. L’Iran, nel frattempo, ha preso di mira le infrastrutture petrolifere nella regione del Golfo, e potrebbero volerci mesi per riavviare la produzione. Prezzi alti e instabili che si ripercuotono a cascata su tutti i settori che dipendono dal petrolio. Come la plastica, appunto.
L’Italia e la plastica: numeri che fanno riflettere
Il think tank Ecco ha messo in fila alcuni dati piuttosto eloquenti. L’Europa nel 2024 ha totalizzato 54,6 milioni di tonnellate di plastica, su un totale globale di 430,9 milioni di tonnellate, di cui oltre la metà proveniente dalla Cina e da altri Paesi asiatici. L’Italia non è tanto una grande produttrice, quanto una grande trasformatrice. Circa il 14% della plastica lavorata dai trasformatori europei passa dalle imprese italiane, seconde solo a quelle tedesche (23,2%). Con un controvalore di oltre 22 miliardi di euro nel 2024, il nostro Paese è il sesto importatore al mondo di plastica e prodotti in plastica, destinati soprattutto al packaging. E quel packaging, dopo l’uso, finisce nella spazzatura. Quasi 39kg pro capite all’anno di rifiuti da imballaggi in plastica, sopra la media europea di 35 kg.
Le oscillazioni dei prezzi si fanno sentire eccome. All’indomani dello scoppio del conflitto in Medio Oriente, Mineracqua ha denunciato che i fornitori, soprattutto asiatici, avevano subito incrementato del 30% i prezzi delle materie prime per bottiglie e tappi, anche sui contratti già firmati. Il vicepresidente Ettore Fortuna aveva spiegato che, trattandosi di un settore a basso margine, gran parte degli incrementi sarebbero stati inevitabilmente scaricati sui consumatori.
Bioplastiche, un’alternativa che fatica a decollare
Un’alternativa esiste, e si chiama bioplastica. Si tratta di plastiche bio-based, prodotte a partire da biomasse come il mais: alcune sono biodegradabili e compostabili, altre vanno smaltite con la plastica tradizionale. L’Italia nell’ultimo decennio ha sviluppato una filiera all’avanguardia in Europa. Il fatturato delle bioplastiche è passato dai 400 milioni di euro del 2014 a 1,17 miliardi nel 2022, il suo anno migliore. Poi qualcosa si è rotto: nel 2024 il giro d’affari si è fermato a 704 milioni di euro, un crollo del 40% in due anni. Il settore dà comunque lavoro a poco meno di 3mila persone, con un peso sull’occupazione (1,9%) leggermente superiore a quello sul fatturato (1,4%).
Secondo uno studio di TEHA Group in collaborazione con Federchimica e PlasticsEurope Italia, da un lato la Cina invade il mercato con prodotti spesso non conformi alle normative Ue, favoriti dalla carenza di controlli su tracciabilità e composizione. Dall’altro, la direttiva europea contro la plastica monouso, pur prevedendo una deroga per le plastiche compostabili certificate, ha aperto la strada a stoviglie di plastica “riutilizzabili” che, come denuncia Legambiente, costano meno delle bioplastiche e finiscono comunque nel cestino dopo un solo utilizzo. Una norma contenuta nel decreto Pnrr interverrà proprio su questa lacuna, definendo i criteri per le stoviglie riutilizzabili.
Il presidente di Assobioplastiche Luca Bianconi mantiene comunque una certa cautela. Le plastiche tradizionali, spiega, hanno un andamento dei costi più speculativo: un evento politico o economico significativo si riflette subito sui prezzi. Le bioplastiche risultano meno esposte a questi sbalzi, anche grazie a filiere integrate più corte. Questo non significa immunità totale dalle tensioni geopolitiche, perché restano i rincari su energia e trasporti. Ma col tempo i materiali compostabili potrebbero diventare più competitivi. Non sarà un cambiamento immediato, perché da un punto di vista industriale non si potrebbero sostituire in maniera semplice e generalizzata i materiali utilizzati.
