Un anno di scuola è un film piccolo, con attori non professionisti, senza produzioni faraoniche alle spalle, che riesce a fare qualcosa di straordinario. Lo ha diretto Laura Samani, una regista il cui nome non è ancora conosciutissimo dal grande pubblico ma che, dopo il suo esordio con Piccolo corpo (selezionato alla Semaine de la critique di Cannes e vincitore del David di Donatello per la miglior regista esordiente), si conferma come il talento più interessante e promettente del cinema italiano contemporaneo. Un anno di scuola è solo il suo secondo lavoro, e la qualità che esprime è quasi disarmante.
La storia è quella di un’adolescente svedese che si trasferisce con la famiglia a Trieste nel 2007. Viene iscritta a un istituto tecnico dove è l’unica ragazza, e naturalmente diventa subito il centro dell’attenzione di tutti i compagni maschi. Fin dalla prima scena, quella del colloquio di ammissione spiato dal buco della serratura, il tono è chiaro. Il film segue un intero anno scolastico in cui, dopo i primi attriti, la ragazza si ambienta, stringe amicizia con un gruppo di ragazzi e la cosa evolve rapidamente verso amori, desideri e gelosie.
Il tutto è tratto dal romanzo omonimo di Giani Stuparich del 1929, ambientato nel 1909. Samani lo ha riletto durante il lockdown decidendo di adattarlo. Ma Un anno di scuola è una storia profondamente radicata nel 2007. L’anno in cui la regista stessa era al liceo. Gli snodi narrativi ricordano quelli dei teen movie americani, ma l’approccio è completamente diverso. Le influenze culturali ci sono, si vedono, eppure vengono rimaneggiate per creare qualcosa di unico, personale e compatto che riesce a risvegliare negli spettatori la sensazione di provare sentimenti a quell’età.
Una regia che parla attraverso i gesti e gli sguardi
Un anno di scuola è raccontato dal punto di vista femminile, con un’empatia enorme per tutti i personaggi. Anche i peggiori. Anche quelli che fanno le cose più sceme e dannose. Il film li comprende tutti e permette allo spettatore di relazionarsi a ciascuno. E lo fa non tanto con i dialoghi, comunque molto ben scritti, quanto con le immagini e con la recitazione di questi ragazzi non professionisti C’è una naturalezza tale che è impossibile non lasciarsi trascinare.
Un finale da ricordare e un tema potente trattato senza pesantezza
L’economia di regia di Un anno di scuola è qualcosa che colpisce davvero. E poi c’è il finale. Uno dei migliori del cinema italiano recente. Una camminata che racconta il concetto stesso di cambiamento, pacificazione, maturazione ed equilibrio sentimentale. Quella scena, tutta di “recitazione camminata” sulle note di Più niente dei Prozac+, è il simbolo perfetto di un film girato con il cuore leggero e un’intenzione ferma. Rappresentare lo squilibrio nei rapporti tra sessi che esiste a quell’età da un punto di vista inedito, mostrando come il fatto di avere un corpo invece di un altro cambi tutto nei rapporti con il resto della società.
Un anno di scuola ha un buon potenziale commerciale, non è per nulla pesante, anzi è leggero e spensierato, ma è anche una delle opere più sofisticate ed evocative dell’anno. Un film con la rara capacità di raccontare contrasti e temi difficili senza creare cattivi, senza puntare il dito, facendo interessare il pubblico ai sentimenti di tutti.
