Meningite in Italia: i numeri degli ultimi anni mostrano una crescita dei casi che merita attenzione, anche se il vero nodo della questione non è tanto l’epidemiologia quanto le coperture vaccinali, ancora lontane dagli obiettivi fissati a livello nazionale. Il tema è tornato sotto i riflettori dopo la morte di una donna di 51 anni a Pescara, ma i dati raccontano una storia più articolata di quanto sembri a prima vista.
Casi di meningite in aumento, ma sotto la media europea
Stando al report Sorveglianza nazionale delle malattie batteriche invasive, realizzato dall’Istituto superiore di Sanità e relativo al triennio 2022 e 2024, nel 2024 sono stati registrati 115 casi di meningite legati al meningococco di tipo B e C. Il dato è praticamente il doppio rispetto ai 57 del 2022. Numeri che possono sembrare preoccupanti, ma che vanno letti nel contesto europeo.
Il Molise risulta la regione con l’incidenza più alta nel 2024: 2 contagi che, rapportati alla popolazione, si traducono in 0,69 casi ogni 100mila abitanti. Subito dopo viene l’Umbria con 0,59, mentre Basilicata e Valle d’Aosta non hanno registrato alcun episodio.
Per mettere le cose in prospettiva, i dati dell’Ecdc (lo European Centre for Disease Prevention and Control) aiutano parecchio. Secondo l’Invasive Meningococcal Disease Annual Epidemiological Report relativo al 2023, l’incidenza della meningite in Italia si attesta ben al di sotto della media europea. Nel 2023, Irlanda e Francia hanno toccato 0,8 casi ogni 100mila abitanti, il doppio della media continentale fissata a 0,4. L’Italia nello stesso anno si è fermata a 0,1 ogni 100mila residenti, con 85 casi in termini assoluti. I 115 del 2024 portano l’incidenza a 0,2 ogni 100mila abitanti: in crescita, certo, ma ancora abbondantemente sotto la soglia europea.
Vaccinazioni: il vero punto debole
Se sul fronte epidemiologico la situazione non appare allarmante, il discorso cambia radicalmente quando si parla di profilassi. I vaccini contro il meningococco di tipo B e quello di tipo C non sono obbligatori in Italia, però i Lea (livelli essenziali di assistenza) fissano al 90% l’obiettivo di copertura vaccinale. Un traguardo che, guardando i numeri del ministero della Salute, resta parecchio lontano.
Per la coorte di nascita 2022, le coperture a 24 mesi contro il meningococco di tipo B raccontano un quadro a macchia di leopardo. Solo Veneto (91,37%) e Lombardia (90,66%) hanno centrato l’obiettivo. Poi c’è la Campania, ferma al 50,26% dei bambini vaccinati. L’Alto Adige, storicamente roccaforte no vax, si attesta al 56,21%.
Ancora peggio va con il meningococco di tipo C. In Alto Adige nessuno degli oltre 5mila bambini nati nel 2022 ha ricevuto il vaccino. In Molise si parla dello 0,37%, in Campania dello 0,53%, in Sicilia del 4,81%. Divari enormi che, come ha spiegato Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene all’Università degli Studi di Milano, dipendono dalla promozione e dall’organizzazione dell’offerta vaccinale nelle singole regioni, oltre che da una diversa capacità di penetrazione sulle comunità locali.
Il focolaio nel Regno Unito e il monitoraggio europeo
L’Ecdc sta seguendo con attenzione il focolaio di meningite esploso nel mese di marzo nel Regno Unito, concentrato nella contea del Kent. Tra il 9 e il 26 marzo sono stati segnalati 23 casi e 2 decessi, uno dei quali registrato in Francia e relativo a una persona che aveva frequentato l’Università di Kent prima di rientrare nel proprio paese. Secondo aggiornamenti successivi, i casi conclamati sono saliti a 29, ma la UK Health Security Agency ritiene che il picco dei contagi sia ormai superato. Lo stesso Ecdc, nel report aggiornato al 27 marzo, segnalava che era già trascorso un periodo di incubazione (10 giorni nel caso specifico) senza nuovi contagi. Ne servono due consecutivi per dichiarare ufficialmente spento il focolaio.
