La natalità in Italia è sostenuta in modo decisivo dalla presenza degli stranieri. Senza le famiglie immigrate, nel 2025 i nuovi nati sarebbero stati circa 309mila invece dei 358mila registrati. Un dato che racconta molto più di una semplice statistica: racconta un paese che, senza questo apporto, farebbe molta più fatica a reggere il peso del proprio sistema pensionistico e sanitario.
I numeri diffusi da Istat confermano anche per il 2025 un trend che ormai nessuno può più ignorare: le nascite continuano a scendere. E se si va a guardare regione per regione, il quadro diventa ancora più netto. In Sardegna, rispetto all’inizio del secolo, il calo è stato del 53,2%. In Basilicata del 47,6%, in Puglia del 46,1%. Perfino nelle aree dove la contrazione è stata meno drammatica, come il Trentino Alto Adige o l’Emilia Romagna, si parla comunque di circa il 20% di neonati in meno rispetto al 2000.
Dal 2006 almeno un nato su dieci in Italia è figlio di genitori stranieri. Nel 2013 si era arrivati addirittura al 15,1% del totale. Nel 2025 la quota si è attestata al 13,7%, il che significa che negli ospedali italiani un neonato su sette ha entrambi i genitori stranieri. A livello territoriale, poi, in regioni come Liguria, Emilia Romagna e Lombardia questa percentuale sale intorno al 20%: un nuovo nato su cinque.
Francesco Billari, professore di Demografia e rettore dell’Università Bocconi, fa notare che il dato potrebbe essere persino più alto, perché alcuni neonati contati come italiani sono figli di genitori naturalizzati. Il punto, sottolinea, è che invertire il trend della natalità richiede venti o trent’anni, mentre l’immigrazione ha un effetto immediato. Eppure il tema migratorio viene associato quasi esclusivamente al mercato del lavoro, ai ricongiungimenti familiari, all’emergenza sbarchi. In realtà porta nascite e famiglie, se gestita meglio.
Natalità in Italia: spopolamento, scuole che chiudono e un welfare costruito per un mondo che non esiste più
La società italiana è costruita per una popolazione che cresce, lentamente o velocemente. Non è mai successo prima di dover fare i conti con una popolazione che diminuisce e invecchia allo stesso tempo. Le conseguenze sono già visibili: in alcune zone, specie nelle aree interne, lo spopolamento è reale. Le scuole cominciano a chiudere, e quando una scuola chiude si innesca un meccanismo che si autorinforza. Le famiglie con bambini se ne vanno, i negozi perdono clienti e abbassano le serrande, e alla fine anche chi non ha figli si trasferisce.
Da qui al 2050 l’Italia è destinata a perdere il 10,6% della propria forza lavoro. La popolazione attiva passerà dagli attuali 25,5 milioni a 22,8 milioni: 2,7 milioni di persone in meno. A ridursi di più sarà la fascia tra i 45 e i 64 anni, che scenderà da quasi 13 milioni agli attuali livelli a 10,6 milioni nel 2050 secondo Istat. Questo comporterà una pressione fortissima sul sistema pensionistico. Billari però aggiunge che questi numeri potrebbero cambiare con una politica diversa sull’immigrazione.
Istat prevede un incremento delle nascite da qui al 2040, quando potrebbero tornare sopra le 400mila unità, per poi ricominciare a scendere. Il motivo è duplice: da un lato conta il numero di potenziali genitori, che dipende dalle nascite di trent’anni prima e dai flussi migratori, dall’altro il numero di figli per donna, che secondo Istat dovrebbe salire da 1,18 a 1,46. Una previsione che Billari definisce ottimista.
Cosa si potrebbe fare: asili nido, congedi parentali e un patto che non dipenda dai partiti
La mappa della variazione percentuale della natalità tra il 2025 e il 2050 mostra un’Italia spaccata in due. Il Nord va in una direzione, il Mezzogiorno nell’altra. Il motivo sta nei movimenti migratori interni: dal Sud se ne vanno soprattutto i potenziali genitori, e questo svuotamento ha un effetto diretto sulle nascite.
Non esiste una singola politica capace di far risalire la natalità in Italia, dice Billari. Tra le iniziative possibili, una riguarda gli asili nido: in Germania si è scelto di puntare al 100% di copertura a partire da un anno di età, mentre in Italia l’obiettivo è fermo al 33%. Un altro tema è quello dei congedi parentali: il Partito democratico aveva proposto un congedo paritario di 5 mesi sia per il padre che per la madre, ma il parlamento ha bocciato la proposta per questioni di bilancio. L’aspetto cruciale, secondo il rettore della Bocconi, è che manca un patto stabile e di lungo periodo sulle misure a sostegno della natalità. Quello che succede oggi è che la politica ragiona in termini di bonus alla nascita, trasformati in bandiere di parte, oppure liquida il problema come culturale, decidendo quindi di non fare nulla. Servirebbe una sorta di accordo costituzionale, perché essere genitori non è né di destra né di sinistra.
