Lo status di Plutone è tornato al centro di un dibattito che mescola politica e astronomia in modo piuttosto insolito. Jared Isaacman, miliardario e attuale amministratore della NASA, ha dichiarato di voler appoggiare Donald Trump su una questione che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale ma che in realtà tocca un nervo scoperto nella comunità scientifica: riclassificare Plutone come pianeta.
La faccenda non è nuova. Da quando nel 2006 l’Unione Astronomica Internazionale (IAU) ha declassato Plutone a “pianeta nano”, la discussione non si è mai davvero spenta. Ogni tanto qualcuno rilancia la proposta di restituirgli il titolo perduto, e stavolta la spinta arriva direttamente dai vertici della politica americana. Ma c’è un problema di fondo che nessun decreto presidenziale può aggirare: la definizione di pianeta non la stabilisce la Casa Bianca, la stabilisce la comunità scientifica internazionale.
Perché Plutone ha perso il titolo di pianeta
Per capire la questione bisogna fare un passo indietro. La IAU, che è l’unico organismo riconosciuto a livello mondiale per decidere la classificazione dei corpi celesti, ha fissato tre criteri precisi affinché un oggetto possa essere definito pianeta. Deve orbitare attorno al Sole. Deve avere una massa sufficiente a garantirgli una forma quasi sferica. E, soprattutto, deve aver “ripulito” la propria orbita, cioè deve essere l’oggetto gravitazionalmente dominante nella sua zona orbitale.
Plutone soddisfa i primi due requisiti senza problemi. Il terzo, però, è quello che lo ha condannato. La sua orbita si trova nella fascia di Kuiper, una regione affollata di altri oggetti ghiacciati di dimensioni comparabili. Plutone non domina quella zona, la condivide. Ed è esattamente per questo motivo che è stato riclassificato come pianeta nano, una categoria che tra l’altro include anche altri corpi come Eris, Makemake e Haumea.
La politica può cambiare la scienza?
Qui sta il punto più delicato dell’intera vicenda. Le dichiarazioni di Isaacman e l’interesse di Trump per la riclassificazione di Plutone hanno riacceso un dibattito che, va detto, non è puramente scientifico. C’è una componente nostalgica fortissima, soprattutto negli Stati Uniti, dove Plutone fu scoperto nel 1930 dall’astronomo americano Clyde Tombaugh. Per molti statunitensi, Plutone è “il loro pianeta”, e la sua retrocessione è stata vissuta quasi come un affronto nazionale.
Ma la scienza non funziona così. Le classificazioni astronomiche si basano su criteri oggettivi, misurabili, condivisi dalla comunità scientifica globale. Non importa quanto sia forte la pressione politica o quanto sia influente chi la esercita: la IAU resta l’unica autorità competente in materia. E finora non ha dato alcun segnale di voler rivedere la decisione presa quasi vent’anni fa.
Peraltro, riammettere Plutone nel club dei pianeti creerebbe un precedente problematico. Se si allargassero i criteri per includerlo, bisognerebbe fare lo stesso con almeno una dozzina di altri oggetti della fascia di Kuiper, e il sistema solare si ritroverebbe con un numero di pianeti difficile da gestire anche solo dal punto di vista didattico.
La proposta lanciata dai vertici della NASA americana, dunque, si scontra con una realtà piuttosto netta. Le polemiche politiche possono accendere i riflettori su Plutone, generare titoli sui giornali e alimentare discussioni sui social. Ma la classificazione dei corpi celesti segue regole che vanno oltre i confini nazionali e oltre le preferenze di qualsiasi leader politico. Solo una votazione ufficiale dell’Unione Astronomica Internazionale, basata su nuove evidenze scientifiche, potrebbe davvero cambiare lo status di Plutone.
