C’è un effetto collaterale dell’intelligenza artificiale di cui si parla ancora troppo poco, ed è incredibilmente fisico: il calore dei data center. Non quello che resta confinato nelle sale server, tra rack e ventole, ma quello che fuoriesce, si deposita nel suolo e si propaga per chilometri. Uno studio condotto su circa 8.400 hyperscaler ha misurato un aumento medio di 2°C della temperatura superficiale del terreno dopo l’apertura di un singolo impianto. In alcuni casi estremi, si è arrivati addirittura a 9°C. E qui viene il dato che fa davvero riflettere: trecentoquaranta milioni di persone vivono già dentro queste isole di calore artificiale.
Il gruppo di ricerca, guidato da Andrea Marinoni dell’Università di Cambridge, ha mappato la posizione di questi enormi impianti e ha confrontato tutto con le temperature medie nazionali degli ultimi vent’anni. Per evitare di confondere l’effetto dei data center con altri fattori ambientali, il team si è concentrato sulle strutture collocate in aree più remote, dove le variabili esterne pesano meno. Il risultato? Dopo l’attivazione di un data center, la temperatura della superficie del terreno sale. Non quella dell’aria o del clima in senso ampio, proprio quella del suolo. L’aumento è localizzato, certo, ma tutt’altro che trascurabile. L’hub di data center di Bajío, in Messico, ha registrato un incremento di circa 2°C in vent’anni. Un andamento simile si è visto anche in Aragona, in Spagna, diventata negli ultimi tempi un polo attrattivo per gli hyperscaler.
Per dare un’idea della scala, basta pensare al data center “Hyperion” di Meta, con una capacità di calcolo prevista di 5 gigawatt e un fabbisogno energetico equivalente a dieci centrali a gas: un impianto del genere farebbe registrare aumenti di temperatura simili o superiori a quelli già osservati negli hub più grandi.
Lo studio non è ancora passato dalla peer review
Va detto che lo studio non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria. Ralph Hintemann del Borderstep Institute ha definito i numeri “interessanti” ma da verificare. Chris Preist dell’Università di Bristol ha poi sollevato un punto che merita attenzione: parte dell’effetto potrebbe derivare dalla luce solare che colpisce gli edifici stessi, un fenomeno ben documentato e noto come “isola di calore urbana”, piuttosto che dal calore generato direttamente dal calcolo computazionale. Capire quanto pesa l’uno e quanto l’altro sarebbe fondamentale per inquadrare meglio la questione.
L’impatto ambientale dei data center va oltre le emissioni
Che il riscaldamento sia causato dal calcolo, dagli edifici o da un mix dei due, l’impatto ambientale dei data center resta un tema urgente. Lo stesso Hintemann ha sottolineato che, parlando di cambiamento climatico, le emissioni generate dalla produzione di energia per i data center rimangono l’aspetto più allarmante. Ma il punto è che questi impianti non scaldano il pianeta solo emettendo CO2: lo scaldano anche fisicamente, nel senso più letterale possibile. È un effetto che si somma alle emissioni, al consumo d’acqua e all’impatto sulle reti elettriche locali.
