L’estate è alle porte e il tema della emergenza afa in città torna prepotentemente al centro del dibattito. Non è una novità, certo, ma quest’anno la questione assume contorni ancora più preoccupanti. Gli esperti avvertono che le temperature nei centri abitati raggiungeranno livelli quasi insopportabili, e la causa non è solo il riscaldamento globale che ormai tutti conosciamo. C’è un problema molto più concreto e sottovalutato: la gestione pessima delle zone d’ombra destinate ai pedoni.
Uno studio pubblicato su Nature Communications lo dice chiaramente: creare zone d’ombra è la strategia più efficace per mitigare il calore nelle città. Fin qui, niente di sorprendente. Il punto dolente, però, è un altro. La distribuzione di quell’ombra resta, nelle parole dei ricercatori, “estremamente disomogenea”. Attraverso simulazioni ad alta risoluzione dell’ombreggiamento proiettato da edifici e alberi nelle aree pedonali, lo studio ha messo in evidenza un modello ricorrente di disuguaglianza spaziale e socioeconomica. Tradotto: i quartieri a basso reddito e quelli periferici ricevono molta meno ombra sui marciapiedi, pur essendo più vulnerabili al calore. E questa cosa succede anche nelle città che, complessivamente, hanno una buona copertura ombreggiata. Perché il problema non è quanta ombra c’è in totale, ma dove finisce. Le aree più ricche ne beneficiano in modo sproporzionato, e il divario resta significativo ovunque.
L’ombra come strumento di salute pubblica, non solo di comfort
Lo studio ha coinvolto diverse città importanti a livello globale, e tra queste c’è anche Milano. Quindi non parliamo di un fenomeno lontano: l’emergenza afa in città riguarda direttamente l’Italia, dove certi Comuni di ombra ne offrono davvero poca. Alberi, edifici e altre infrastrutture capaci di produrre ombra possono ridurre in modo significativo le temperature superficiali e l’esposizione alle radiazioni termiche. Questo si traduce in meno rischi per la salute legati al calore, un aspetto che troppo spesso viene trattato come secondario.
I ricercatori hanno sottolineato anche un altro aspetto interessante: l’ombreggiatura degli alberi non si limita a bloccare i raggi del sole. Fornisce un raffreddamento aggiuntivo attraverso l’evapotraspirazione, un processo biofisico che abbassa la temperatura dell’aria tramite lo scambio di umidità. Questi benefici sono stati ampiamente documentati dalla comunità scientifica, e i numeri parlano da soli: l’ombra può ridurre il carico termico netto fino a 40 °C, migliorando in modo sostanziale il comfort termico dei pedoni e abbattendo lo stress da calore.
Servono strategie che puntino all’equità
La soluzione proposta dagli esperti è tanto logica quanto ambiziosa. Per contrastare davvero l’emergenza afa in città, occorre adottare strategie di adattamento che mettano l’equità al primo posto. L’obiettivo dovrebbe essere quello di portare ombra dove è più necessaria, cioè nelle comunità svantaggiate e maggiormente esposte al calore. Non si tratta solo di piantare qualche albero in più qua e là: serve una pianificazione urbana consapevole, che tenga conto di chi vive in quei quartieri e di quanto sia concretamente esposto alle ondate di caldo. Il punto, secondo i ricercatori, è che finché l’ombreggiatura continuerà a concentrarsi nelle zone già privilegiate, il problema della disuguaglianza termica resterà irrisolto, con tutte le conseguenze che ne derivano sulla salute pubblica delle fasce più fragili della popolazione.
