Un attacco hacker agli Uffizi ha messo in ginocchio la sicurezza del polo museale più importante d’Italia, con conseguenze talmente serie da costringere alla chiusura a tempo indeterminato di un’intera area espositiva. Le opere, i gioielli, gli oggetti di valore: tutto è stato trasferito nel caveau della Banca d’Italia per scongiurare il rischio di un colpo fisico, una sorta di nuova Louvre in salsa fiorentina. La versione ufficiale parla di “manutenzione straordinaria”, e in effetti alcuni varchi di sicurezza di Palazzo Pitti sono stati addirittura murati con calce e mattoni. Ma la realtà è parecchio diversa.
Qualcuno, a telecamere spente, ha raccontato quello che il personale era stato pregato di non rivelare. Dietro quel trasferimento in fretta e furia si nasconde una grave violazione informatica che ha colpito il sistema del polo museale fiorentino, quello che gestisce le Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli. Gli hacker non hanno avuto fretta. Anzi, si sono mossi con calma, operando indisturbati per mesi all’interno dei sistemi. Secondo le ricostruzioni, il primo accesso risalirebbe addirittura ad agosto dello scorso anno, e l’operazione sarebbe stata portata a termine nei primi mesi del 2026.
Cosa hanno rubato gli hacker e perché la situazione è così grave
All’inizio nessuno aveva capito davvero la portata del danno. Si parlava genericamente di sistemi amministrativi compromessi, una formula vaga che teneva tutto sotto controllo dal punto di vista comunicativo. Poi però le cose si sono fatte molto più chiare. E decisamente più preoccupanti. Sul telefono del direttore Simone Verde è arrivata una richiesta di riscatto, di cui non si conoscono le cifre. E soprattutto, è emerso cosa era stato effettivamente sottratto.
Il bottino digitale è enorme. Gli hacker hanno messo le mani sull’intero archivio del gabinetto fotografico, vale a dire quadri e documenti digitalizzati nel corso di decenni, in parte ora considerati perduti. Non solo: sono stati rubati codici di accesso, password, sistemi di allarme, mappe interne con ingressi, uscite e percorsi di servizio, oltre alle posizioni delle telecamere di sorveglianza e dei sensori. In pratica, chi ha quei dati possiede una mappa completa e dettagliata di come funziona la sicurezza fisica del museo.
Uffizi blindati: il polo museale fiorentino corre ai ripari
È proprio questo il motivo per cui la reazione è stata così drastica. Il trasferimento delle opere nel caveau della Banca d’Italia e la muratura dei varchi non sono misure di routine, ma provvedimenti d’emergenza resi necessari dal fatto che l’intera infrastruttura di sicurezza degli Uffizi è stata compromessa. Chi ha sottratto quei dati conosce ogni dettaglio: dove sono le telecamere, come si entra, come si esce, quali percorsi usano i dipendenti.
L’attacco hacker agli Uffizi rappresenta quindi non solo un furto informatico in senso stretto, ma una minaccia concreta alla protezione fisica delle opere custodite nel polo fiorentino. Il fatto che gli intrusi abbiano potuto agire per mesi senza essere intercettati solleva interrogativi pesanti sulla robustezza dei sistemi di difesa digitale di una delle istituzioni culturali più importanti al mondo. Al momento non è stato reso noto se la richiesta di riscatto sia stata accettata o respinta, né quali ulteriori misure verranno adottate per ripristinare la sicurezza del complesso museale.
