Quasi la metà dei negozi online che operano in Europa non rispetta le regole UE sui prezzi. Un dato che fa riflettere parecchio, soprattutto considerando quanta fiducia riponiamo ogni giorno nei portali dove facciamo acquisti. Stando ai risultati di una recente indagine coordinata dalle autorità europee per la tutela dei consumatori, appena il 40% dei siti analizzati risulta pienamente conforme alla normativa vigente in materia di trasparenza dei prezzi. Il restante 60%, in misura variabile, presenta almeno una criticità.
E non si parla di dettagli trascurabili. Le violazioni più frequenti riguardano la gestione degli sconti, i confronti di prezzo fuorvianti e quei costi extra che spuntano magicamente solo nelle fasi finali del processo di acquisto. Pratiche che colpiscono il portafoglio dei consumatori senza che questi se ne rendano conto fino all’ultimo clic.
Sconti gonfiati e prezzi di riferimento poco trasparenti
Uno dei problemi più diffusi è legato alla modalità con cui vengono presentati gli sconti. La direttiva Omnibus, entrata in vigore nel 2022, impone ai venditori di indicare il prezzo più basso praticato nei 30 giorni precedenti la promozione. Questo per evitare il vecchio trucco di gonfiare il prezzo originale e poi applicare uno sconto che, nei fatti, non esiste. Eppure moltissimi siti continuano a non rispettare questa regola, mostrando prezzi di riferimento poco chiari o del tutto assenti.
Il risultato è che il consumatore vede un bel “50%” accanto al prezzo barrato e pensa di aver fatto un affare. Quando, nella realtà, quel prodotto veniva venduto a un importo simile anche settimane prima. È un meccanismo subdolo, che mina la fiducia nell’e-commerce e che le autorità stanno cercando di contrastare con sempre maggiore decisione.
Costi nascosti e pratiche scorrette nel checkout
L’altra grande area problematica riguarda i cosiddetti costi nascosti. Capita spesso che il prezzo visualizzato nella pagina prodotto non corrisponda a quello finale nel carrello. Spese di spedizione, commissioni per il metodo di pagamento, supplementi vari: tutte voci che emergono solo nella fase di checkout, quando ormai il consumatore ha già investito tempo e attenzione nel processo di acquisto. Questo schema ha un nome preciso nel gergo del marketing digitale: si chiama “drip pricing”, e le regole UE sui prezzi lo considerano una pratica scorretta.
Le autorità nazionali dei vari Paesi membri hanno già avviato azioni nei confronti dei siti che presentano le irregolarità più gravi. Chi non si adeguerà rischia sanzioni significative. Va detto che l’indagine ha coinvolto centinaia di portali in tutta Europa, spaziando tra settori molto diversi: dall’abbigliamento all’elettronica, dai viaggi ai servizi in abbonamento.
Tra le misure che le autorità stanno valutando c’è anche un rafforzamento dei controlli automatizzati, con strumenti capaci di scansionare migliaia di pagine web in poco tempo e individuare le violazioni in modo sistematico. L’obiettivo dichiarato è portare la percentuale di conformità ben oltre quel 40% attuale, rendendo lo shopping online più trasparente e sicuro per tutti i cittadini europei.
