La mancanza di carburante ai distributori italiani è diventata il tema caldo delle ultime settimane, con segnalazioni che arrivano praticamente da ogni angolo del Paese. Da nord a sud, la scena si ripete con una frequenza preoccupante: automobilisti che raggiungono la stazione di servizio più vicina e trovano le pompe spente, i nastri segnaletici e quel cartello ormai tristemente famoso che recita “Tutto esaurito”. Il problema non è solo il rincaro dei prezzi dei carburanti, che già di per sé pesa sulle tasche delle famiglie. Qui si parla proprio di assenza fisica di benzina e diesel nelle cisterne. L’Unione Nazionale Consumatori ha confermato che un numero crescente di benzinai non riesce più a soddisfare la domanda, trovandosi nell’impossibilità di ricevere rifornimenti sufficienti a coprire un picco di richieste che non ha precedenti recenti.
Le ragioni dietro ai distributori a secco
Verrebbe spontaneo collegare tutto alla situazione in Medio Oriente, con l’attacco all’Iran del 28 febbraio e la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, quel corridoio strategico da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Eppure, la vera origine del problema è tutta italiana. Il taglio delle accise di circa 25 centesimi al litro, disposto dal governo il 19 marzo, ha scatenato quella che gli addetti ai lavori chiamano una “rincorsa al centesimo”. Gli automobilisti si sono riversati in massa verso i punti vendita con i prezzi più bassi, provocando un sovraccarico che le stazioni di servizio semplicemente non erano attrezzate a gestire. Le cisterne interrate hanno una capienza limitata e di norma vengono rifornite una volta a settimana. Con un prelievo giornaliero raddoppiato o addirittura triplicato, il risultato era inevitabile.
Gli esperti del settore tengono comunque a precisare che si tratta di un fenomeno temporaneo e di natura puramente logistica. Nei depositi nazionali il prodotto raffinato c’è. Il collo di bottiglia sta nei tempi tecnici: ordinare, trasportare e scaricare il carburante verso le stazioni prese d’assalto richiede giorni. Una volta che le consegne tramite autobotti torneranno a regime, la situazione dovrebbe normalizzarsi. Anche se il clima di incertezza, va detto, resta piuttosto palpabile.
I prezzi alla pompa e i conti che non tornano
Il Mimit sottolinea come l’Italia stia registrando aumenti più contenuti rispetto a Francia e Germania. I prezzi medi self service sulla rete stradale si attestavano fino a pochi giorni fa a 1,743 euro al litro per la benzina e 2,040 euro al litro per il gasolio. In autostrada la situazione peggiora sensibilmente, con il gasolio che ha superato la soglia dei 2,102 euro al litro. Per arginare possibili speculazioni, la Guardia di Finanza ha già sanzionato diversi distributori che non avevano comunicato i prezzi al portale “Osservaprezzi”, un’infrazione che può costare fino a 2.000 euro di multa.
Nonostante i dati ministeriali suonino rassicuranti, il Codacons racconta una storia diversa. Secondo l’associazione, i risparmi garantiti dal taglio fiscale sarebbero stati completamente annullati dai rincari dei listini nel giro di una sola settimana. Per il gasolio, la riduzione effettiva sarebbe di appena 6 centesimi al litro rispetto ai 24,4 promessi, il che si traduce in una maggiore spesa di circa 9,2 euro a pieno per le famiglie. E a tutto questo si aggiunge un problema ulteriore: oltre a pagare di più, ora bisogna anche sperare che il distributore scelto abbia ancora carburante disponibile nelle cisterne.
