L’idrogeno verde è ormai una presenza fissa in ogni discussione che riguardi il futuro dell’energia. Compare nei piani industriali, nei programmi politici, nelle strategie di decarbonizzazione. Ma quanto è davvero centrale nel quadro della transizione energetica? E soprattutto, quanto siamo pronti a utilizzarlo nella pratica? A queste domande hanno provato a rispondere due ricercatori che con l’idrogeno lavorano ogni giorno: Ruggero Bellini, biotecnologo dell’Iit impegnato nello studio della produzione di idrogeno da scarti organici, e Luca Fiori, ingegnere chimico dell’Università di Trento specializzato in processi termochimici e sistemi energetici. Lo hanno fatto durante la venticinquesima puntata di Grande Giovo, registrata live al Wired Next Fest Trentino.
La conversazione smonta subito le semplificazioni da comunicato stampa. L’idrogeno non è una fonte magica, è un vettore energetico. E quello che conta davvero, come spiega Fiori, è l’energia primaria che si usa per produrlo. Se si parte da gas naturale o carbone, l’idrogeno resta grigio e inquinante. Se invece lo si ottiene da solare o eolico, diventa verde. Non esiste altra strada. Bellini allarga poi il campo agli usi dell’idrogeno già reali e consolidati: produzione di fertilizzanti, raffinazione del petrolio, trattamento dell’acciaio. Questo non significa che l’idea di sfruttarlo anche come vettore energetico sia sbagliata, però non basta proclamarlo perché accada davvero.
Vantaggi concreti e ostacoli tecnici dell’idrogeno verde
I vantaggi, va detto, sono chiari. Quando l’idrogeno verde viene ossidato in una cella a combustibile produce solo acqua, zero inquinanti. E può aiutare a risolvere uno dei problemi più grossi delle rinnovabili: l’intermittenza. Quando c’è un surplus di sole o vento, si trasforma l’energia in idrogeno e la si conserva come molecola. È molto più semplice che stoccare energia elettrica, e la si può usare quando serve davvero.
La strada però è tutt’altro che semplice, e sia Fiori che Bellini lo ammettono senza giri di parole. Si ha a che fare con la molecola più leggera che esista, con una densità bassissima. O la si comprime a pressioni altissime, oppure la si raffredda fino a meno 253 gradi. E anche la rete di distribuzione deve essere adeguata: non si possono riciclare le tubature progettate per il metano, perché l’idrogeno rischia lentamente di renderle fragili o di romperle dall’interno.
Le frontiere della ricerca: dagli scarti organici al cracking del metano
Bellini racconta anche il suo lavoro in laboratorio, dove studia la produzione di idrogeno verde a partire da scarti organici come rifiuti di caseifici o alghe. Con alcuni microrganismi è possibile bloccare la produzione di metano e favorire quella di idrogeno. Il vantaggio è che il processo non richiede ambienti sterili o tecnologie particolarmente complesse, rendendo il sistema potenzialmente più economico. La linea di ricerca a cui lavora Fiori riguarda invece il cosiddetto cracking del metano: si tratta di rompere la molecola CH₄ ottenendo idrogeno e carbonio solido. Se l’energia usata per il processo è rinnovabile, non si producono emissioni di CO₂. E il carbonio ottenuto può poi essere riutilizzato come materia prima in diversi settori industriali.
Tra le ipotesi più affascinanti emerse durante la puntata c’è anche quella di utilizzare vecchi giacimenti di gas naturale per lo stoccaggio dell’idrogeno. In alcuni casi, le comunità microbiche presenti nel sottosuolo potrebbero trasformarlo insieme alla CO₂ in metano, creando una sorta di ciclo naturale che sfrutta infrastrutture già esistenti. Si tratta però ancora di una possibilità allo studio, non replicabile ovunque. Per questo Bellini e Fiori sottolineano che l’idrogeno verde non può essere la soluzione unica alla crisi climatica. Sarà piuttosto uno degli strumenti della transizione energetica, utile soprattutto nei settori più difficili da elettrificare, accanto a rinnovabili, elettrificazione diretta e nuovi combustibili rinnovabili.
