Una scoperta inattesa potrebbe cambiare il modo in cui vengono riciclate le batterie agli ioni di litio. Un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University ha individuato nell’acido tartarico, una sostanza presente nell’uva, un alleato efficace per separare alcuni metalli fondamentali come cobalto e nichel. Lo studio, pubblicato su Science Advances, apre a un approccio più semplice e sostenibile rispetto ai metodi tradizionali.
Un problema chimico difficile da risolvere
Nel riciclo delle batterie, separare cobalto e nichel rappresenta una delle sfide principali. I due elementi hanno comportamenti molto simili e, durante i processi di recupero, tendono a depositarsi insieme. Per ottenere una separazione efficace, oggi si utilizzano reagenti aggressivi e procedure complesse, con un impatto elevato sia in termini economici che ambientali. L’introduzione dei bioacidi cambia questo equilibrio. L’acido tartarico modifica il comportamento elettrochimico dei due metalli, rendendo più semplice distinguerli durante il processo.
Come funziona il nuovo metodo
Nel dettaglio, l’acido tartarico rende il nichel più difficile da ridurre, lasciandolo in soluzione più a lungo. Questo consente al cobalto di depositarsi per primo sull’elettrodo, facilitandone il recupero.
I test di laboratorio hanno dato risultati concreti. Utilizzando sottoprodotti della vinificazione, i ricercatori sono riusciti a recuperare circa il 95% di cobalto con una purezza del 99,1%. In una fase successiva, sono stati recuperati anche nichel e manganese con percentuali molto elevate. Un risultato che dimostra come un materiale naturale possa avere un ruolo chiave nei processi industriali.
Costi ridotti e minore impatto ambientale
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda i costi. Il nuovo metodo risulta fino a 15 volte meno costoso rispetto all’estrazione con solventi e circa 10 volte più economico rispetto alla precipitazione chimica. Anche sul piano ambientale emergono vantaggi significativi. Secondo le stime, l’impatto energetico del processo potrebbe ridursi fino al 90% rispetto alle tecniche tradizionali.
Restano comunque alcuni margini di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda la purezza finale e le quantità recuperabili. Si tratta però di una base promettente per sviluppare nuove soluzioni nell’ambito del riciclo delle batterie.
