Il revival di Scrubs è ufficialmente realtà, e chi temeva l’ennesimo tentativo maldestro di riportare in vita una sitcom amata può tirare un sospiro di sollievo. Almeno stando alle prime quattro puntate concesse alla stampa, questa volta la formula sembra funzionare. Il panorama dei reboot nella serialità americana è piuttosto desolante: il ritorno di Will & Grace è stato penoso, quello di Sex and the City ancora peggio. Eppure Scrubs sembra fare eccezione, e i motivi sono più d’uno.
La nona e ultima stagione, universalmente considerata un passo falso, si era chiusa una quindicina di anni fa. Nessuno, a quanto pare, aveva davvero pensato a un ritorno. Come ha raccontato Donald Faison, interprete di Turk, tutti erano concentrati su altri progetti, sulla vita dopo il Sacro Cuore. Nel frattempo il creatore Bill Lawrence ha continuato a collezionare successi: Ted Lasso, ormai un cult, poi Shrinking e Rooster. Nelle sue serie si sono sempre avvicendati volti familiari, e il cast originale di Scrubs, da Zach Braff a John C. McGinley, da Sarah Chalke allo stesso Faison, ha continuato a gravitare attorno al suo universo creativo. Riunirli, per Lawrence, è stato quasi naturale. E si vede: la sintonia tra gli interpreti di Jd, Elliot e Turk è rimasta intatta, come se il tempo non fosse passato davvero.
Vecchi equilibri e nuove dinamiche tra generazioni
Lo show riparte dal ritorno di Jd al Sacro Cuore dopo un periodo da medico privato. Cox gli cede il suo posto, e la notizia fa male: come si fa ad andare avanti senza quel paterno cinismo, quel pessimismo cosmico che ha formato intere generazioni di specializzandi? La giustificazione narrativa, però, è solida e molto attuale. Nell’era del cosiddetto woke, i metodi diretti e le battute taglienti del dottore vengono sistematicamente bloccati dai paladini istituzionali della forma sopra i contenuti, ovvero i responsabili delle risorse umane. Il primo e più grande bromance del piccolo schermo, quello tra Jd e Turk, si rivela comunque immune al trascorrere degli anni: le loro dinamiche restano familiari e calde come un abbraccio.
Lawrence non prova a stravolgere nulla. Cerca piuttosto un equilibrio tra nostalgia e attualità. Lo spirito di Scrubs resta lo stesso: il cameratismo, la coralità rodata, l’umorismo che mescola leggerezza e profondità. Jd continua a vivere nel suo mondo di fantasie surreali e stravaganti, anche in un’epoca dove la creatività sembra sempre più soffocata. Il moderno, invece, arriva dalle nuove leve: un gruppetto di specializzandi interpretati da Ava Bunn, Jacob Dudman, David Gridley, Layla Mohammadi e Amanda Morrow. Tra questi spicca Sam, che vive in simbiosi con lo smartphone e incarna l’ossessione social della Generazione Z (Cox la chiama “Tiktok”). Il personaggio più emblematico tra i nuovi arrivi è Sibby, responsabile di un programma per il benessere dei dipendenti dell’ospedale: niente urla, niente stress eccessivo, niente turni troppo lunghi. Non stupisce che Cox la detesti. Come si può formare una nuova generazione di medici se non li si può preparare alla durezza reale della professione?
L’ironia come arma eterna
Le prime puntate lavorano per costruire il giusto bilanciamento tra vecchi e nuovi personaggi, ma anche tra modi diversi di sentire e comunicare le emozioni. Da una parte la purezza, la dolcezza e la spontaneità di Jd e compagni, dall’altra la forzatura dei sentimenti filtrati dal poter dire e non poter dire. Teneramente irriverente, malinconicamente esistenziale, Scrubs resta fedele alla propria essenza. Lawrence non tradisce la sua missione di regalare ottimismo e positività anche quando le cose prendono una piega tragica. E il punto di forza dello show rimane sempre lo stesso: l’ironia. Cox usava il suo cinismo per esorcizzare l’oscurità, Jd usava e usa ancora l’umorismo per sdrammatizzare ciò che lo spaventa. È il cervello che viene a salvarci quando la disperazione bussa alla porta.
