La guerra in Medio Oriente ha raggiunto un livello che nessuno avrebbe voluto vedere, con attacchi diretti contro gli impianti di produzione ed esportazione di petrolio e gas lanciati sia da Israele che dalla Repubblica islamica iraniana. Una escalation che non è più soltanto militare, ma che sta colpendo nel vivo i mercati dell’energia e delle materie prime, minacciando la stabilità dell’economia globale nel lungo periodo. Per provare a contenere i danni, l’Agenzia internazionale per l’energia ha raccomandato una serie di misure pratiche: più smart working, guida più efficiente, meno ricorso alle stufe a gas. Misure che danno l’idea della portata del problema.
Gli analisti non nascondono lo stupore. Rory Johnston, ricercatore canadese esperto di mercati petroliferi, lo descrive come uno di quegli scenari che si danno come esercizio didattico ai principianti del settore, qualcosa che non si pensava potesse accadere davvero. Ellen Wald, consulente specializzata in energia e geopolitica, parla di una situazione paragonabile a una simulazione di guerra sui mercati energetici.
I raid di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno portato alla chiusura di fatto dello stretto di Hormuz, una delle rotte di navigazione più importanti al mondo e passaggio obbligato per le esportazioni di petrolio e gas di buona parte dei membri dell’Opec. Ma Hormuz non è solo petrolio: da lì transitano anche derivati chimici industriali e fertilizzanti. Il blocco ha fatto schizzare il prezzo del greggio oltre i 90 euro al barile, soglia che non si vedeva dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
L’escalation contro le infrastrutture energetiche e le conseguenze globali
Nelle prime settimane gli impianti di produzione erano stati per lo più risparmiati. La produzione si fermava semplicemente perché, senza vie di uscita per il greggio, i depositi si riempivano e non restava altra scelta. Una situazione grave ma potenzialmente reversibile. Poi tutto è cambiato. Israele ha colpito diversi impianti petroliferi e del gas nella regione, prendendo di mira in particolare South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo, controllato congiuntamente da Iran e Qatar. La risposta iraniana ha incluso contrattacchi che hanno danneggiato il più grande impianto di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar. Il prezzo del petrolio è temporaneamente salito a quasi 110 euro al barile.
Il Qatar produce circa il 20% dell’offerta mondiale di gnl, e l’amministratore delegato di QatarEnergy ha dichiarato che i bombardamenti hanno messo fuori uso il 17% della capacità produttiva del paese per i prossimi cinque anni. L’azienda ha annunciato lo stato di forza maggiore, comunicando l’impossibilità di onorare i contratti con i clienti europei e asiatici. Wald avverte che danni di questo tipo non saranno facilmente reversibili: anche dopo la fine del conflitto, i prezzi del petrolio potrebbero restare alti a lungo a causa delle perdite sul fronte della produzione.
Gli effetti a catena negli Stati Uniti e sui mercati globali
Il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia ha dichiarato al Financial Times che questa guerra rappresenta la più grande minaccia all’approvvigionamento energetico globale della storia, accusando i mercati finanziari di sottovalutare l’impatto del conflitto. Johnston fa un paragone impressionante: la quantità di petrolio e gas che potrebbe scomparire dal mercato equivale alla domanda eliminata durante il primo lockdown globale del 2020. Senza auto sulle strade, senza aerei nei cieli, ma senza pandemia. Non una recessione, dice, ma una depressione.
Anche gli Stati Uniti, pur non rischiando di perdere le forniture dirette, ne sentiranno gli effetti. Il prezzo della benzina al distributore dipende in gran parte dal costo del greggio, e i rincari si traducono inevitabilmente in aumenti dei costi di trasporto e quindi dei prezzi al supermercato. La crisi poi non riguarda solo l’energia: il conflitto ha bloccato forniture globali di materie prime cruciali, dalla produzione petrolchimica ai materiali per semiconduttori.
I prezzi dei fertilizzanti stanno già salendo, alcune compagnie aeree tagliano voli e aumentano le tariffe. Secondo Wald e Johnston, gran parte dell’incertezza sui mercati deriva anche dall’incoerenza dei messaggi dell’amministrazione Trump, che continua ad alternare minacce, promesse ritirate nel giro di ore e annunci di trattative con la Repubblica islamica.
