Le nucleobasi fondamentali per la vita non sono un privilegio esclusivo del nostro pianeta: questa è la notizia che sta facendo discutere la comunità scientifica dopo le analisi condotte sui campioni raccolti dalla sonda Hayabusa-2 sull’asteroide Ryugu. Cinque grammi e quattro decimi di polvere cosmica, prelevati dalla superficie di questo corpo celeste e riportati a Terra nel dicembre 2020: una quantità ridicola, quasi insignificante a guardarla. Eppure dentro quei frammenti si nascondeva qualcosa di straordinario.
I ricercatori hanno identificato tutte e cinque le nucleobasi del DNA e dell’RNA nello stesso campione. Parliamo di adenina, guanina, citosina, timina e uracile. Tutte presenti, tutte nello stesso materiale extraterrestre. E qui la faccenda si fa davvero interessante, perché fino a poco tempo fa l’idea dominante era che queste molecole si fossero formate esclusivamente sulla Terra, grazie a condizioni chimiche molto particolari e, per così dire, fortunate.
Perché questa scoperta cambia le carte in tavola
Il punto centrale è piuttosto semplice da capire, anche senza essere astrofisici. Se i precursori chimici della vita si trovano anche su un asteroide che viaggia nello spazio profondo, allora non sono un fenomeno “localizzato” del nostro pianeta. Non si tratta più di un’eccezione terrestre. Queste molecole esistono anche altrove, e probabilmente esistevano già prima che la Terra stessa si formasse completamente.
La sonda Hayabusa-2, sviluppata dall’agenzia spaziale giapponese JAXA, ha impiegato anni per raggiungere Ryugu, raccogliere i campioni e tornare indietro. Un viaggio lungo e complesso, ma che ha prodotto risultati scientifici di peso enorme. Il fatto che le nucleobasi siano state trovate tutte insieme, e non singolarmente o in tracce ambigue, rafforza l’ipotesi che gli asteroidi possano aver avuto un ruolo attivo nel “seminare” gli ingredienti della vita sulla Terra primordiale, durante il cosiddetto bombardamento tardivo avvenuto miliardi di anni fa.
Cosa dicono le analisi sui campioni di Ryugu
Bisogna precisare una cosa importante: trovare nucleobasi su un asteroide non equivale a trovare la vita. Nessuno sta dicendo che Ryugu ospitava organismi viventi. Quello che emerge, però, è che le molecole organiche complesse possono formarsi e sopravvivere in ambienti decisamente ostili, lontani dal calore e dall’acqua che consideriamo indispensabili. E questo apre scenari nuovi per la ricerca sull’origine della vita, non solo sulla Terra ma potenzialmente su altri corpi del sistema solare.
Le analisi sui campioni dell’asteroide Ryugu sono state condotte con tecniche estremamente sensibili, capaci di identificare quantità minime di composti organici senza rischio di contaminazione terrestre. Questo è un dettaglio cruciale: uno dei limiti storici nello studio dei meteoriti è sempre stato il dubbio che le molecole rinvenute fossero in realtà “sporcizia” terrestre, finita nel campione dopo l’atterraggio. Con i materiali raccolti direttamente dalla sonda Hayabusa-2 nello spazio, questo problema è stato praticamente eliminato.
Se le analisi verranno ulteriormente confermate da studi indipendenti, ci troveremo di fronte a una delle evidenze più solide mai ottenute sul fatto che i mattoni fondamentali della biologia sono distribuiti ben oltre i confini del nostro pianeta, incorporati nella materia stessa da cui il sistema solare ha preso forma.
