Il missile balistico Sejjil è tornato prepotentemente al centro del dibattito internazionale, e non è difficile capire perché. Soprannominato “missile danzante” per le sue capacità di manovra in volo, questo vettore iraniano a medio raggio rappresenta oggi uno degli strumenti offensivi più avanzati dell’intero Medio Oriente. Una tecnologia che cambia le carte in tavola e che costringe analisti militari e governi a rivedere parecchie delle loro certezze sugli equilibri regionali.
Il programma missilistico iraniano non è certo una novità. Le sue radici affondano nella guerra con l’Iraq degli anni Ottanta, quando Teheran iniziò a sviluppare capacità autonome dopo aver toccato con mano quanto fosse vulnerabile senza un arsenale proprio. Da allora il percorso è stato lungo, fatto di acquisizioni tecnologiche, collaborazioni più o meno dichiarate e un lavoro costante di ingegneria domestica. Il missile Sejjil, però, segna un salto di qualità rispetto a tutto ciò che lo ha preceduto. Sviluppato a partire dalla fine degli anni Novanta e testato pubblicamente per la prima volta nel 2008, si distingue dai predecessori della famiglia Shahab per una caratteristica fondamentale: utilizza propellente solido anziché liquido.
Perché il propellente solido fa tutta la differenza
Può sembrare un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, ma non lo è affatto. Un missile a propellente liquido richiede tempi di preparazione piuttosto lunghi: va rifornito poco prima del lancio, il che lo rende individuabile e quindi vulnerabile a un attacco preventivo. Il Sejjil, al contrario, è pronto al lancio in tempi molto più rapidi. Può essere spostato, nascosto, e sparato prima che i sistemi di sorveglianza avversari riescano a localizzarlo con precisione. Questo lo rende enormemente più pericoloso in uno scenario di conflitto reale.
La gittata stimata del Sejjil si aggira intorno ai 2.000 chilometri, il che significa che può raggiungere agevolmente Israele, le basi americane nel Golfo Persico e diversi altri obiettivi strategici nella regione. Ma non è solo la distanza a preoccupare. Il vettore è dotato di capacità di manovra durante la fase terminale del volo, quella in cui il missile rientra nell’atmosfera dirigendosi verso il bersaglio. Ed è proprio questa caratteristica a renderlo particolarmente insidioso per i sistemi di difesa antimissile come Arrow e Iron Dome, che sono progettati per intercettare traiettorie balistiche prevedibili.
Una forza in grado di fermarlo esiste davvero?
La domanda che molti si pongono è se esista oggi una difesa efficace contro il missile Sejjil. La risposta non è semplice. I sistemi israeliani e quelli forniti dagli Stati Uniti sono tra i più sofisticati al mondo, e in passato hanno dimostrato di saper intercettare minacce balistiche. Tuttavia, la combinazione di velocità elevata, tempi di lancio ridotti e manovrabilità in fase terminale rende il Sejjil un avversario decisamente più complesso rispetto ai missili di generazione precedente.
L’Iran, dal canto suo, non ha mai nascosto l’importanza strategica del programma. Secondo fonti di intelligence occidentali, Teheran starebbe lavorando a versioni migliorate del Sejjil con maggiore precisione e gittata estesa. Il fatto che si tratti di un sistema interamente sviluppato sul territorio iraniano, senza dipendere da forniture esterne, lo rende anche meno soggetto a eventuali sanzioni o blocchi tecnologici internazionali.
Per quanto riguarda l’Europa, la distanza geografica offre un margine di sicurezza significativo, dato che la gittata attuale del Sejjil non consente di colpire obiettivi nel continente europeo. Le preoccupazioni restano comunque alte in ambito NATO, soprattutto in relazione alla possibilità che future evoluzioni del programma possano estendere la portata ben oltre i 2.000 chilometri attuali.

