La sonda Van Allen Probe A è rientrata nell’atmosfera terrestre in modo incontrollato, precipitando sopra l’Oceano Pacifico con un anticipo che ha sorpreso anche gli addetti ai lavori. Un capitolo importante della ricerca spaziale americana si chiude così, con un finale spettacolare e per certi versi imprevedibile. Uno dei satelliti scientifici più longevi della NASA ha concluso la sua corsa ben prima di quanto i modelli orbitali avessero previsto, e la ragione va cercata in un fattore che sfugge spesso ai calcoli: l’attività solare.
Perché Van Allen Probe A è rientrata in anticipo
Per capire cosa è successo bisogna fare un passo indietro. Le Van Allen Probes erano una coppia di sonde gemelle lanciate dalla NASA nel 2012 con l’obiettivo di studiare le fasce di radiazione che circondano la Terra, note appunto come fasce di Van Allen. Si tratta di zone dove particelle cariche ad alta energia restano intrappolate dal campo magnetico terrestre, e rappresentano un pericolo concreto sia per gli astronauti che per i satelliti in orbita. Dopo anni di raccolta dati preziosi, le due sonde avevano esaurito il carburante e la missione era stata dichiarata conclusa. L’orbita residua avrebbe dovuto degradarsi lentamente, portando al rientro atmosferico nell’arco di diversi anni.
E qui entra in gioco il Sole. Il nostro astro attraversa cicli di circa undici anni, durante i quali l’attività magnetica e le emissioni di radiazione solare crescono e calano. Quando il Sole è particolarmente attivo, l’atmosfera terrestre si espande verso l’alto, aumentando la resistenza aerodinamica sugli oggetti in orbita bassa o su orbite ellittiche che sfiorano gli strati più alti. Van Allen Probe A si trovava proprio in una di queste traiettorie. L’incremento dell’attività solare degli ultimi mesi ha fatto sì che il satellite incontrasse una resistenza atmosferica maggiore del previsto, accelerando in modo significativo il decadimento orbitale.
Il rientro incontrollato sopra il Pacifico
Il risultato è stato un rientro incontrollato. Nessun rischio concreto per le persone, va detto subito: la stragrande maggioranza della struttura della sonda si è disintegrata durante l’attraversamento degli strati più densi dell’atmosfera, e gli eventuali frammenti sopravvissuti sono finiti nell’Oceano Pacifico, lontano da zone abitate. Questo tipo di scenario, per quanto possa sembrare allarmante, rientra nelle casistiche che le agenzie spaziali gestiscono con regolarità.
Quel che rende interessante la vicenda è proprio il fattore tempo. I modelli previsionali avevano stimato una finestra di rientro decisamente più ampia, e il fatto che Van Allen Probe A sia scesa prima del previsto dimostra quanto l’attività solare possa influire in modo tangibile sulla vita operativa e sulla traiettoria dei satelliti. Non è un dettaglio da poco, soprattutto in un’epoca in cui migliaia di oggetti orbitano attorno alla Terra e la gestione del traffico spaziale diventa ogni giorno più complessa.
La sonda gemella, Van Allen Probe B, aveva già concluso il proprio rientro atmosferico in precedenza. Con la discesa di Probe A si chiude definitivamente la missione Van Allen Probes, che nel corso degli anni ha fornito dati fondamentali sulla dinamica delle fasce di radiazione, contribuendo a migliorare i modelli di previsione del meteo spaziale e la protezione di astronauti e strumentazione in orbita.
