Quella dei gatti che atterrano in piedi è una di quelle cose che chiunque ha osservato almeno una volta nella vita, magari restando a bocca aperta davanti alla naturalezza con cui questi animali si girano in aria come se nulla fosse. Per decenni la comunità scientifica ha cercato di capire il meccanismo esatto dietro questa capacità, senza mai arrivare a una spiegazione davvero completa. Adesso, però, un gruppo di ricercatori dell’Università di Yamaguchi, in Giappone, sembra aver risolto il mistero una volta per tutte.
Il punto fondamentale, secondo lo studio, sta tutto nella colonna vertebrale. Ed è qui che la faccenda diventa davvero affascinante, perché il modo in cui i gatti sfruttano la propria spina dorsale sembra quasi sfidare le leggi della fisica. A prima vista, un corpo che cade nel vuoto non dovrebbe riuscire a ruotare su sé stesso senza un punto d’appoggio esterno. Eppure i gatti lo fanno, ogni volta, con una precisione quasi irritante.
Il ruolo della colonna vertebrale nella rotazione
Il team giapponese ha analizzato nel dettaglio il comportamento dei gatti durante la caduta, studiando la biomeccanica del loro corpo con strumenti di ultima generazione. Quello che è emerso è che la flessibilità estrema della colonna vertebrale permette ai gatti di dividere il proprio corpo in due sezioni che ruotano in modo indipendente l’una dall’altra. In pratica, la parte anteriore e quella posteriore del corpo si comportano quasi come due entità separate durante il volo.
Questo meccanismo è reso possibile dal fatto che i gatti possiedono un numero di vertebre superiore rispetto a molti altri mammiferi, e soprattutto le loro vertebre sono collegate da tessuti particolarmente elastici. Il risultato è una mobilità del tronco fuori dal comune, che consente rotazioni rapide e precise anche in frazioni di secondo. I gatti, quindi, non “barrano” la fisica: la sfruttano in un modo che nessun altro animale riesce a replicare con la stessa efficacia.
Perché questo studio è tanto speciale? Cosa c’è di importante nei gatti?
La cosa interessante è che il cosiddetto “riflesso di raddrizzamento” dei gatti era già stato documentato fin dall’Ottocento, quando i primi filmati a rallentatore mostrarono le fasi della rotazione in aria. Ma fino a questo momento mancava una comprensione chiara di quale struttura anatomica fosse il vero motore di tutta la manovra. Studi precedenti avevano puntato il dito sulla coda, sulle zampe, persino sull’apparato vestibolare dell’orecchio interno. Tutti elementi che giocano un ruolo, certo, ma che da soli non bastano a spiegare il fenomeno.
I ricercatori dell’Università di Yamaguchi hanno invece dimostrato che senza quella specifica conformazione della colonna vertebrale, i gatti non riuscirebbero a completare la rotazione in tempo utile prima dell’atterraggio. La spina dorsale funziona, di fatto, come un perno attorno al quale il corpo si riorganizza in caduta libera. Una scoperta che potrebbe avere ricadute anche in ambiti molto lontani dalla zoologia. La robotica, ad esempio, guarda con grande interesse a questo tipo di studi per sviluppare droni e robot capaci di stabilizzarsi autonomamente durante le cadute, ispirandosi proprio al modo in cui i gatti gestiscono il proprio corpo nello spazio.
