Nel 1936, nei pressi di Baghdad, venne alla luce un oggetto che avrebbe fatto discutere generazioni di studiosi: la cosiddetta batteria di Baghdad, un vaso in ceramica contenente un cilindro di rame e una barra di ferro, datato intorno al 300 a.C. La domanda che si portava dietro era enorme: gli antichi conoscevano davvero l’elettricità?
Per decenni la risposta è stata sostanzialmente “no”. Gli esperimenti più celebri, compreso quello del programma televisivo MythBusters, avevano prodotto risultati piuttosto deludenti. Le repliche del dispositivo riuscivano a generare tensioni intorno a 0,4 volt per cella. Troppo poco per immaginare qualsiasi applicazione pratica. Il verdetto pareva scritto: una curiosità storica, nulla di più. Eppure qualcosa non tornava.
Nel 2005, un coltellinaio e ricercatore indipendente di nome Alexander Bazes guardò proprio quell’episodio di MythBusters, ma lo guardò con un occhio diverso. Anni passati in Giappone a studiare la fabbricazione artigianale di coltelli gli avevano insegnato qualcosa di fondamentale: nei manufatti dei grandi artigiani, ogni dettaglio che sembra superfluo ha quasi sempre una funzione precisa. E Bazes notò un particolare che tutti avevano trascurato.
Il dettaglio che cambia tutto: due celle, non una
Nell’artefatto originale della batteria di Baghdad, il cilindro di rame risultava saldato nella parte superiore, rendendolo impermeabile. Nella replica usata da MythBusters, invece, era stato utilizzato un semplice tubo aperto a entrambe le estremità. Può sembrare una differenza da poco, ma sul piano elettrochimico cambia radicalmente le cose.
Con il tubo aperto, il dispositivo funziona con un unico compartimento per il liquido. L’originale, al contrario, sembra progettato con due compartimenti separati: il vaso di ceramica come cella esterna, rame e ferro come cella interna. E le due celle lavorano in serie.
Ricostruendo fedelmente il manufatto e utilizzando un elettrolita semplice come acqua salata o succo di limone, entrambi disponibili nell’antichità, Bazes ha ottenuto oltre 1,4 volt. Più del triplo rispetto ai vecchi test. E qui la faccenda si fa davvero interessante.
Elettrodeposizione: una tecnologia antica di duemila anni?
Una tensione superiore a 1 volt è sufficiente per attivare l’elettrodeposizione, quel processo che permette di ricoprire un metallo con uno strato di un altro metallo. È una tecnica ancora impiegata oggi per finiture decorative e protezione dalla corrosione. Non esattamente roba da poco.
Viene spontaneo chiedersi se alcuni oggetti metallici del mondo antico possano aver subito trattamenti elettrochimici. Fino a qualche anno fa un’ipotesi del genere sarebbe stata liquidata come fantascienza, ma i numeri ottenuti da Bazes la rendono quantomeno plausibile.
