Che il cervello potesse ancora stupire a ottant’anni suonati sembrava, fino a poco tempo fa, un’idea più poetica che scientifica. Eppure uno studio pubblicato su Nature e condotto da un team di ricercatori di UIC, Northwestern University e Università di Washington racconta qualcosa di molto diverso. Il fulcro della scoperta riguarda i cosiddetti superager, ovvero persone oltre gli 80 anni che mantengono una memoria paragonabile a quella di individui molto più giovani. E il segreto, a quanto pare, sta nella capacità del loro cervello di continuare a produrre nuovi neuroni a un ritmo che nessuno si aspettava.
Cervello e studio: come è stata condotta la ricerca sulla neurogenesi
Per arrivare a queste conclusioni, il gruppo di ricerca ha analizzato campioni cerebrali provenienti da cinque categorie di donatori: giovani adulti sani, anziani sani, superager over 80 con memoria eccezionale, persone con declino cognitivo lieve e pazienti affetti da Alzheimer. L’attenzione si è concentrata sull’ippocampo, la regione del cervello che gioca un ruolo centrale nei processi legati alla memoria. I ricercatori hanno cercato tre stadi precisi di sviluppo neuronale: cellule staminali neurali, neuroblasti e neuroni immaturi. La presenza simultanea di tutte e tre le fasi rappresenta la prova che il cervello sta effettivamente generando nuove cellule nervose, un processo noto come neurogenesi.
Ed è qui che arriva il dato davvero clamoroso. L’ippocampo dei superager mostra una produzione di nuovi neuroni doppia rispetto a quella degli altri anziani sani. Non si parla di una sfumatura statistica, ma di un divario netto e inequivocabile. La professoressa Orly Lazarov, tra le figure chiave dello studio, ha descritto la neurogenesi come una sorta di “ingrediente nascosto” alla base di questa straordinaria resilienza cognitiva.
Cosa succede quando la neurogenesi rallenta
L’altra faccia della medaglia è altrettanto significativa. Nei cervelli delle persone nelle primissime fasi del declino cognitivo, quando i sintomi non sono ancora visibili dall’esterno, la neurogenesi risultava già ridotta in modo importante. Nei pazienti con Alzheimer era praticamente assente. Questo apre una prospettiva interessante: la diminuzione nella produzione di nuovi neuroni potrebbe rappresentare uno dei primi marcatori biologici del deterioramento cerebrale, potenzialmente individuabile prima ancora della comparsa dei sintomi clinici.
Lo studio ha messo in luce anche un altro aspetto che merita attenzione. Le firme epigenetiche dei nuovi neuroni variano da individuo a individuo: non conta soltanto quante cellule nascono, ma anche come queste si adattano all’ambiente cerebrale che le circonda. Un dettaglio tutt’altro che secondario.
Il passo successivo per i ricercatori sarà capire quali fattori favoriscono concretamente la neurogenesi nel cervello. Tra i principali candidati figurano l’alimentazione, l’attività fisica, i livelli di infiammazione e lo stile di vita in generale. Se dovesse emergere che alcune abitudini quotidiane sono in grado di stimolare questo processo, le scelte fatte a quarant’anni potrebbero avere conseguenze dirette sulla salute cognitiva a ottanta. Una prospettiva che rende lo studio sui superager qualcosa di molto più concreto di una semplice curiosità scientifica.