Martedì 10 marzo il Consiglio dei Ministri si è riunito con il dossier carburanti sul tavolo e ne è uscito senza aver approvato nulla di concreto. Il tanto atteso taglio delle accise sui prezzi di benzina e gasolio, in forte aumento dopo lo scoppio del conflitto in Iran, è stato rimandato a data da destinarsi. Al suo posto, una valutazione del fenomeno con dati elaborati dal Ministero delle Imprese e la conferma del ruolo del Garante per la sorveglianza dei prezzi nel monitorare eventuali situazioni di speculazione e segnalarle alla Guardia di Finanza. La riunione era presieduta dal Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La strategia dell’attesa e le sue ragioni
La posizione dell’esecutivo è quella di aspettare prima di intervenire, per capire quanto durerà l’impennata e calibrare meglio la risposta. Il ragionamento ufficiale è che attivare il meccanismo delle accise mobili in questa fase porterebbe un vantaggio economico limitato agli automobilisti, non proporzionato all’intervento.
Nel frattempo il gasolio ha superato la soglia dei 2,6 euro al litro per il servito in autostrada, un livello che pesa in modo diretto sia sugli automobilisti privati che sul comparto dell’autotrasporto, che trasferisce i costi del carburante sui prezzi delle merci trasportate su gomma.
Le associazioni dei consumatori contro il rinvio
La mancata approvazione ha scatenato le reazioni delle principali associazioni di categoria e dei consumatori. Il Codacons, tra i primi ad aver chiesto un intervento del governo, ha parlato di un gravissimo ritardo, quantificando i danni del rinvio in centinaia di milioni di euro al giorno tra automobilisti e autotrasportatori, con il rischio crescente di ripercussioni sui prezzi dei prodotti distribuiti via terra.
L’Unione Nazionale Consumatori ha usato toni altrettanto critici, definendo la scelta un autogol: più tempo passa senza intervenire, più risorse serviranno per fermare l’escalation dei prezzi, rendendo l’eventuale intervento futuro più costoso e meno efficace.
