Microsoft Kin doveva essere il telefono dei social, quello capace di far sembrare vecchio tutto il resto in tasca ai ragazzi. E invece, in un lampo, è diventato il simbolo di un’idea arrivata con il fiato corto: lanciato con grandi promesse e ritirato dal mercato dopo appena 48 giorni. Non settimane di agonia, non un lento declino. Un taglio netto. E, a distanza di anni, resta uno dei capitoli più imbarazzanti nella storia mobile di Microsoft, soprattutto perché sulla carta qualche intuizione c’era eccome.
Dopotutto era il 2010, un periodo in cui lo smartphone stava cambiando pelle: l’iPhone aveva già spostato l’asticella e Android stava iniziando a prendersi spazio ovunque. In quel contesto, l’idea di costruire un dispositivo centrato sui social non era folle. Era, semmai, rischiosa. E Microsoft decise di giocarsela fino in fondo, puntando su un prodotto che prometteva semplicità, condivisione immediata e una sensazione di “sempre connessi” che oggi sembra normale, ma allora era ancora una specie di ossessione emergente. Peccato che la realtà, come spesso succede, abbia avuto meno pazienza del marketing.
Un telefono pensato per i social, prima che i social diventassero tutto
Il Microsoft Kin arrivò in due versioni, Kin One e Kin Two, entrambi con tastiera fisica a scorrimento e un’impostazione chiarissima: niente fronzoli, tanta comunicazione. Il cuore dell’esperienza era un’interfaccia chiamata Loop, una sorta di flusso continuo dove finivano aggiornamenti, foto, contenuti e messaggi. L’idea era far sparire il concetto di “apro un’app, poi ne apro un’altra”, per sostituirlo con una bacheca viva, sempre in movimento. Per l’epoca era una proposta interessante, quasi elegante nella sua immediatezza.
A completare il pacchetto c’era Kin Studio, un servizio cloud che salvava automaticamente foto, video e conversazioni. Anche qui, concetto familiare oggi, ma nel 2010 non era affatto scontato. Microsoft stava provando a dire una cosa semplice: scattare, condividere, ricordare. Tutto senza pensarci troppo. Il problema è che il mercato, proprio in quegli anni, stava iniziando a pretendere l’opposto: non un’esperienza chiusa e guidata, ma una piattaforma da riempire, personalizzare, espandere.
E qui arriva il dettaglio che suona quasi incredibile: sul Microsoft Kin non si potevano scaricare app. Niente store, niente ecosistema, niente “aggiungo quello che mi serve”. Nel momento esatto in cui iOS e Android stavano esplodendo grazie alle applicazioni, Kin si presentò come un telefono sociale che però non poteva crescere insieme a chi lo usava. Una scelta che lo rese, di colpo, già vecchio.
Prezzo, operatore e tempismo: la ricetta perfetta per un flop lampo
Anche volendo perdonare l’assenza di app, restava un ostacolo enorme: il prezzo. Negli Stati Uniti il Microsoft Kin venne lanciato con piani dati costosi tramite Verizon. E qui il cortocircuito è evidente. Il target dichiarato erano i giovani, gli studenti, chi vive di messaggi e social. Persone che, in genere, non hanno voglia né margine per abbonamenti pesanti. Il risultato fu una barriera all’ingresso immediata, di quelle che non lasciano spazio a “magari più avanti”.
Il mercato, poi, non aspettava nessuno. Nel 2010 Apple vendeva già quantità enormi di iPhone e l’idea stessa di smartphone stava cambiando direzione: sempre più app, sempre più servizi, sempre più scelte. Il Microsoft Kin invece chiedeva di accettare un mondo più chiuso, più rigido, e per di più a caro prezzo. Troppo.
La reazione fu brutale e rapidissima. Dopo 48 giorni Microsoft decise di interrompere la produzione e ritirare il progetto. Una di quelle decisioni che sanno di resa, ma anche di lucidità tardiva: meglio staccare la spina subito che trascinare un errore per mesi. Oggi il Microsoft Kin viene ricordato come uno dei flop più clamorosi dell’era smartphone e, soprattutto, come l’ennesima prova di quanto sia difficile arrivare nel momento giusto. Perché a volte non basta avere una buona intuizione: serve anche un ecosistema, un prezzo credibile e un tempismo perfetto. Kin, invece, aveva fretta. Il mercato ne aveva ancora di più.

