Nel giro di pochi giorni, tra fine febbraio e inizio marzo, i listini alla pompa di benzina e gasolio hanno registrato aumenti rapidi, nell’ordine di alcuni centesimi al litro. Il fattore scatenante indicato dalle compagnie è la crisi in Iran, ma chi i carburanti li vende ogni giorno ha una lettura diversa — e la sta dicendo ad alta voce.
A preoccupare non è solo il rincaro immediato, già percepibile per chi si muove regolarmente in auto. Il rischio che le associazioni di categoria segnalano è che questa dinamica si consolidi, con aumenti potenziali tra i 30 e i 40 centesimi al litro nelle prossime settimane se la crisi dovesse prolungarsi. Un’escalation che, attraverso trasporti e logistica, finirebbe per toccare un’ampia catena di beni e servizi.
I gestori contro le compagnie: rincari affrettati e comunicazioni a sorpresa
Faib, Fegica e Figisc, le principali associazioni dei gestori di distributori, hanno contestato apertamente gli aumenti dei primi giorni, giudicandoli prematuri e difficilmente giustificabili sulla base dei costi effettivi già sostenuti. Un rialzo fino a 6 centesimi al litro, nella loro lettura, non può essere fondato su previsioni e timori anziché su variazioni di costo già traslate a valle della filiera.
Il nodo più critico riguarda le modalità: le compagnie avrebbero comunicato i nuovi listini in tempi strettissimi, imponendo alla rete di adeguarsi quasi immediatamente. Il risultato è una situazione in cui il consumatore paga di più e il gestore — che non ha deciso nulla — si ritrova al centro della polemica pubblica. Una posizione scomoda e, secondo le associazioni, ingiusta.
Scorte, tempistiche e il rischio speculazione
Il punto che fa più discutere riguarda la contraddizione tra la velocità dei rincari e l’esistenza di riserve stoccate, pensate per garantire una copertura di almeno 30 giorni proprio per attutire gli scossoni dei mercati internazionali. Se le scorte servono a questo, chiedono i gestori, perché gli aumenti si materializzano in pochi giorni?
Le associazioni non negano che una crisi geopolitica possa influire sulle quotazioni nel medio periodo. Contestano però il meccanismo automatico che traduce ogni tensione internazionale in un rincaro immediato alla pompa, come se fosse un riflesso inevitabile e non una scelta.
Per questo motivo è arrivato l’appello formale al ministro competente, al Mister Prezzi e alla Guardia di Finanza, con la richiesta di avviare controlli per evitare che una spirale partita dai carburanti si propaghi a trasporti, beni essenziali, gas ed elettricità. Sullo sfondo, la parola che nessuno pronuncia volentieri ma che circola con insistenza: speculazione. Perché attribuire tutto alla guerra può risultare una spiegazione comoda — ma se diventa un alibi per qualsiasi rincaro, a pagare sono famiglie e imprese, un pieno alla volta.
