Per decenni la narrazione comune in merito alla perdita della vista e più specificamente alla miopia, ha puntato il dito sugli smartphone e sugli schermi in genere, dipingendo una generazione colpevole di aver passato troppe ore a pochi centimetri dagli occhi. Ora però c’è uno studio che sposta l’attenzione su un’altra variabile, più sottile ma forse più cruciale: la quantità e la qualità della luce a cui vengono esposti gli occhi, specialmente in età precoce. Gli esperti osservano che la miopia cresce laddove i bambini trascorrono poco tempo all’aperto e molto tempo in ambienti chiusi con illuminazione bassa. Non è che gli schermi non contino, ma probabilmente non sono il vero motore del fenomeno. La retina reagisce alla luce in modi complessi e, quando questa è insufficiente, si innescano segnali di adattamento che possono condurre a cambiamenti strutturali dell’occhio.
Una spiegazione fisica e biologica che fa riflettere sulla miopia
Nel dettaglio, il meccanismo proposto dagli autori dello studio è semplice nella sua logica e convincente nella spiegazione. All’aperto la radiazione visibile raggiunge livelli molto elevati e la pupilla si restringe per proteggere il tessuto retinico, ma la retina comunque riceve una forte illuminazione. In interni la luce cala di ordini di grandezza: la pupilla può restringersi quando si guarda da vicino, come succede con un libro o con un smartphone, ma quella reazione avviene per motivi di messa a fuoco e non per eccesso di luce.
Il risultato è uno squilibrio tra il comportamento del sistema ottico e la reale energia luminosa che arriva alla retina. Questo stress prolungato, dicono i ricercatori, può favorire la crescita assiale dell’occhio, ossia la tendenza all’allungamento che caratterizza la miopia. Sul piano evolutivo la spiegazione è altrettanto plausibile: per millenni gli esseri umani non hanno concentrato lo sguardo su oggetti molto vicini in ambienti con luce artificiale limitata. L’occhio si è adattato a condizioni naturali che prevedevano ampie escursioni luminose e attività all’aperto. L’assenza di tale stimolo durante l’infanzia potrebbe alterare il percorso di sviluppo oculare in modo duraturo.
Quali sono gli aspetti di cui tenere conto
Le proposte per intervenire vanno dal pratico al tecnologico. Il consiglio più semplice rimane aumentare il tempo all’aperto durante l’infanzia, perché la soluzione naturale della luce è difficile da sostituire con apparecchiature artificiali. Questo però incontra ostacoli sociali e logistici: ritmi scolastici serrati, spazi urbani limitati e abitudini familiari che privilegiano l’attività al chiuso. Sul fronte medico si discute l’uso di lenti a contatto multifocali, di colliri a base di atropina a basse dosi e di tecniche che modulano l’accomodazione e la risposta pupillare. Alcune strade sono più invasive altre più semplici, ma nessuna offre una risposta definitiva per tutti i casi. Inoltre rimane aperta la questione temporale: se la luce fosse l’unico fattore determinante, risulterebbe difficile spiegare perché l’infanzia abbia un ruolo così pesante nel predire la miopia adulta. È quindi probabile che il problema sia multifattoriale, con interazioni tra ambiente, modelli di lavoro vicino, fattori genetici e tempi di sviluppo.
