Il concetto di “hater“, non è un concetto moderno esclusivo. A Pompei, su un corridoio tra il Teatro grande e il Teatro piccolo, si trova una delle prove più vivide che lancia già da duemila anni il medesimo comportamento: chi si ferma a scrivere, a insultare, a fare dichiarazioni o scherzi pubblici. Quel corridoio lungo 27 metri custodisce centinaia di messaggi incisi sull’intonaco. Non sono lapidi solenni e non sono opere ufficiali. Sono annotazioni quotidiane, spigolose, divertite e spesso provocatorie: la cronaca di vita privata messa in piazza, o meglio su parete. Chi cerca conferme sulla continuità della natura umana se le trova qui, in una galleria di voci anonime che dialogano tra loro.
Un corridoio come social network antico
Il progetto di ricerca chiamato Bruits de couloir, guidato da docenti della Sorbona insieme a una storica dell’Università del Québec a Montréal, ha mappato quel breve tratto con strumenti moderni e metodi tradizionali. Epigrafia e archeologia si sono incontrate con il digitale per ricostruire le relazioni tra quei segni. Le pareti, dipinte in toni rossi e gialli, erano superfici ideali per incidere parole che dovevano durare o almeno essere viste. Sul lato nord correva una latrina in muratura larga sessanta centimetri, piccolo dettaglio che suggerisce soste prolungate. E dove ci si ferma, si scrive. È stato possibile documentare fino a trecento legami tra le varie incisioni: risposte dirette, sovrapposizioni fatte intenzionalmente per cancellare o prendere in giro, contrasti polemici, veri e propri giochi grafici. Alcuni messaggi rimbalzano da una parete all’altra, come post che si commentano a vicenda su una bacheca pubblica.
I contenuti rivelano preoccupanti familiarità con la vita contemporanea. C’è chi dichiara amore, come una donna chiamata Methè che scrive del suo affetto per Chrestus. Ci sono riferimenti al sesso e alla prostituzione, battute ironiche, insulti che sembrano usciti da una discussione online. Nessuna autoreferenzialità sacra, nessuna cura per la gloria pubblica: più spesso si trova la voglia di esporsi, di provocare, di divertirsi a spese degli altri. Più che monumenti, queste parole funzionano come commenti, reazioni, piccoli drammi domestici messi in mostra.
Tecniche di recupero, idioma raro e nuove prospettive
Molte delle iscrizioni sono ormai invisibili a occhio nudo. Per recuperarle il team ha usato la tecnica chiamata RTI cioè Reflectance Transformation Imaging, scattando quindicimila fotografie in cinque notti di lavoro per restituire rilievi che la luce normale non lascia vedere. Questo approccio ha permesso di leggere segni sovrapposti, di distinguere strumenti diversi di incisione e di seguire conversazioni che si sviluppano per livelli temporali. L’uso combinato di dati digitali e competenze tradizionali ha trasformato quel corridoio in un archivio dinamico e interconnesso.
La sorpresa non è stata solo tecnica. Tra i nomi riportati su parete emergono citazioni in una lingua che non ci si aspettava di trovare a Pompei: il safaitico, un idioma protosemitico che finora era documentato soprattutto nelle zone desertiche dell’Oriente. Trovarne tracce in questo contesto occidentale suggerisce contatti culturali molto più ampi e complessi di quanto mostrino i soli monumenti ufficiali. È un indizio che la città, spesso raccontata come luogo monolitico, era invece un crocevia di persone, lingue e pratiche quotidiane.


