Qualche volta la pala del paleontologo spalanca una porta su un mondo che non pensavamo più di poter vedere. È quello che è successo in una campagna di scavo nella provincia di Burgos, dove un team italo-argentino-spagnolo (o, più semplicemente, una squadra di paleontologi curiosi e testardi) ha portato alla luce i resti di un dinosauro mai descritto prima. Piccolo, leggero, e con tutta l’aria di essere un buongustaio del Cretaceo, questo animale è stato battezzato Foskeia pelendonum ed è destinato a rimescolare qualche idea su come vivevano gli erbivori europei 120 milioni di anni fa.
La notizia arriva da uno studio pubblicato su Papers in Paleontology, firmato da ricercatori afferenti all’Università nazionale di Córdoba e all’Universidad del Río Negro, che hanno lavorato insieme a colleghi spagnoli per scavare e analizzare i fossili. Non stiamo parlando di un gigante: la stima è intorno a mezzo metro di lunghezza, una taglia che oggi definiremmo minuta ma che, nel suo ecosistema, aveva un ruolo preciso. Secondo gli autori, Foskeia pelendonum appartiene al gruppo dei Rhabdodontomorpha, un insieme di dinosauri erbivori di piccole — o piccolissime — dimensioni che fiorirono tra il Cretaceo inferiore e superiore. Non è solo un nome nuovo sulla lavagna: è un tassello che sembra utile per comprendere come certe linee di erbivori europei si siano evolute, dispersi, o adattati in un continente in trasformazione.
Un nome che racconta forma, dieta e territorio
I ricercatori non si sono limitati a mettere un’etichetta casuale. Il nome Foskeia pelendonum è pensato per essere descrittivo e evocativo. “Fos” dal greco antico significa “luce”, non nel senso di luminoso, ma di leggerezza della struttura corporea, mentre “skei” rimanda all’atto del brucare: insomma, un animale piccolo e leggero che pascola. Il secondo elemento del nome, pelendonum, è un omaggio ai Pelendoni, una tribù celtiberica storicamente legata alla regione di Burgos prima dell’arrivo dei Romani. Un modo elegante per mettere insieme biologia e storia del luogo, e per ricordare che i nomi, in paleontologia, sono spesso romanzi in miniatura.
Dal punto di vista comparativo, i parenti più prossimi (pur essendo molto più grandi) includono i Muttaburrasauri, dinosauri australiani che ricordano gli iguanodonti. La vicinanza filogenetica con questi giganti suggerisce percorsi evolutivi interessanti: non tutte le linee parentali puntarono alla stazza enorme; molte sperimentarono soluzioni diverse, con taglie ridotte e strategie di nicchia magari più sottili e specializzate. Questo è importante perché modifica la nostra immagine del Cretaceo europeo: non solo megafauna rumorosa, ma anche piccoli specialisti che occupavano spazi ecologici cruciali.
Perché questa scoperta conta (e cosa resta da capire)
«Contribuisce a colmare un vuoto di 70 milioni di anni», ha dichiarato il dott. Thierry Tortosa, uno dei paleontologi coinvolti. E non è una frase fatta: il record fossile europeo degli erbivori di piccola taglia è frammentario, e trovare un esemplare ben sufficiente a definire una nuova specie aiuta a riempire buchi temporali e geografici. Da qui possono partire analisi su come la dimensione corporea si sia evoluta, su quali piante fossero disponibili e sul modo in cui diversi erbivori si spartivano il territorio.
Resta però tantissimo da scoprire. I materiali al momento forniscono le basi per classificare la specie e ipotizzare abitudini di vita, ma servono più fossili, soprattutto scheletri più completi, per ricostruire postura, locomozione e dettagli dietetici (i denti e la mandibola, quando più completi, raccontano storie spesso sorprendenti). Inoltre, il contesto geologico e stratigrafico di Burgos può offrire informazioni preziose su clima e vegetazione al tempo del Cretaceo, ampliando la finestra sulla vita quotidiana di Foskeia.
