OpenAI ha deciso di fare quello che, prima o poi, fanno tutti i servizi che crescono troppo in fretta per restare sostenuti solo dagli abbonamenti: aprire la porta alla pubblicità online. La sperimentazione partirà nelle prossime settimane, inizialmente negli Stati Uniti, e poi si allargherà gradualmente al resto del mondo. È una notizia che non sorprende davvero nessuno, ma che cambia comunque il modo in cui ChatGPT viene percepito: da strumento “pulito”, quasi neutrale, a piattaforma che inizia a confrontarsi con le stesse dinamiche economiche del resto del web.
ChatGPT sperimenta nuovi formati interattivi
OpenAI prova subito a mettere le mani avanti, chiarendo che gli annunci non influenzeranno le risposte del chatbot e che compariranno in spazi separati, ben riconoscibili, sotto l’output generato dall’AI. L’esempio è piuttosto semplice: chiedi aiuto per organizzare un viaggio a New York e, oltre ai suggerimenti su cosa vedere o dove dormire, potresti trovare un riquadro sponsorizzato che propone un hotel. La risposta, almeno sulla carta, resta la stessa. La pubblicità arriva dopo, come un’aggiunta e non come una guida occulta.
Fidji Simo, che guida la divisione applicazioni di OpenAI, ha insistito molto su questo punto nel post pubblicato sul blog ufficiale. L’idea è preservare la fiducia degli utenti, soprattutto perché ChatGPT viene usato per compiti personali, delicati, a volte persino intimi. Il messaggio è chiaro: l’AI deve restare utile, non diventare una vetrina travestita da assistente.
Non tutti però vedranno questi annunci. Compariranno nella versione gratuita e nel piano Go da 8€, mentre chi paga Plus, Pro o utilizza soluzioni Enterprise continuerà ad avere un’esperienza senza pubblicità. Una distinzione abbastanza classica, che suona come un compromesso tra monetizzazione e rispetto degli utenti più fedeli.
Il tema più scivoloso resta quello dei dati. OpenAI assicura che non venderà informazioni personali e che le conversazioni non verranno mostrate agli inserzionisti. Questi ultimi potranno accedere solo a metriche aggregate, giusto per capire se una campagna funziona o meno. Gli annunci saranno legati al contesto della conversazione, non al profilo dettagliato dell’utente, e sarà possibile disattivare l’uso dei dati per la pubblicità senza rinunciare alle altre funzioni di personalizzazione. Detto così suona rassicurante, anche se resta inevitabile chiedersi dove finisca davvero il confine tra “contesto” e “profilazione”, soprattutto ora che ChatGPT è in grado di ricordare preferenze, abitudini e dettagli personali.
Ci sono poi paletti piuttosto netti: niente pubblicità su temi sensibili come salute, politica o benessere mentale, e niente annunci per i minori. Sono scelte che puntano a evitare le critiche più immediate e a prendere le distanze dai modelli aggressivi dei social network.
OpenAI sfida la sostenibilità dei piani gratuiti con annunci mirati
Dietro tutto questo c’è una necessità molto concreta. ChatGPT è usato da centinaia di milioni di persone ogni settimana, la maggior parte delle quali non paga nulla. OpenAI ha raccolto decine di miliardi di dollari dagli investitori, ma i ricavi restano lontani da quelle cifre. Con concorrenti come Google Gemini sempre più aggressivi, trovare nuove entrate non è più un’opzione, è una priorità.
La vera partita, però, non è se la pubblicità arriverà, ma come evolverà. Simo accenna a formati più interattivi, annunci con cui si potrà dialogare direttamente, fare domande, chiarirsi le idee prima di un acquisto. È una promessa affascinante e, allo stesso tempo, un potenziale campo minato. Il rischio di scivolare nella solita spirale, quella in cui l’esperienza utente viene sacrificata sull’altare dei ricavi, è reale. OpenAI dice di voler imparare dagli errori dei social media. Nei prossimi anni capiremo se sarà davvero capace di farlo o se anche ChatGPT finirà, lentamente, sulla strada dell’ennesima piattaforma diventata troppo grande per restare innocente.
