Doveva essere l’icona del futuro urbano: una città-linea lunga oltre 160 chilometri che serrava il deserto in un unico, gigantesco corridoio abitato. The Line, la scommessa più ambiziosa del megaprogetto Neom, era stata presentata come un’idea rivoluzionaria — pulita, efficiente, quasi cinematografica. Troppo bella per essere vera? Forse. Perché ora, stando a un’inchiesta del Financial Times, il governo dell’Arabia Saudita sta seriamente pensando di ridisegnare i piani: niente più città-fila da record, ma un grande hub di data center dedicati all’intelligenza artificiale. Un cambio di rotta netto, che parla di priorità mutate, conti che non tornano e di una strategia che si adatta alla realtà economica.
Non è solo cinismo finanziario: è pragmatismo. Il petrolio non è più la gallina dalle uova d’oro di una volta, e anche il potentissimo fondo sovrano mostra segni di affanno. Investimenti faraonici — quelli sì, giganteschi — sono diventati sempre più difficili da giustificare. Nel mezzo, Neom è stato spesso accusato di costi fuori scala, complessità tecnica e, soprattutto, di problemi etici legati ai cantieri e ai diritti umani. La narrativa ideale del progetto cominciava a incrinarsi già da prima del taglio del budget; la decisione di puntare su data center è probabilmente una scorciatoia commerciale: meno spazio da abitare, più spazio per server che macinano bit 24 ore su 24, offrendo ritorni — o almeno promesse di ritorni — più rapidi e concreti.
E poi c’è la geografia: la posizione costiera di Neom, sul Golfo di Aqaba, rende l’area attraente per chi cerca siti dove raffreddare i server con acqua marina. Soluzione non ortodossa, certo, ma potenzialmente efficace se gestita con cura. L’idea che un deserto possa trasformarsi in un gigantesco polo digitale ha qualcosa di ironico — il silenzio delle dune sostituito dal ronzio continuo dei sistemi di raffreddamento e del traffico di dati. Cambia la skyline, cambia la funzione dell’area, ma non sparisce del tutto la voglia di grandezza. Pare che architetti e progettisti abbiano già cominciato a lavorare a una versione molto più “modesta” di The Line: la forma rimane, la scala si contrae. Non è un addio, piuttosto un ridimensionamento forzato.
Cosa significa davvero il pivot verso i data center
La trasformazione ipotizzata non è un semplice cambio di insegna. Spostare l’asse da residenziale a digitale porta con sé tutta una serie di conseguenze pratiche e simboliche. Primo: la domanda energetica. I data center vogliono energia — tanta — e raffreddamento continuo; l’uso dell’acqua di mare può ridurre il consumo di energia per il condizionamento, ma introduce complessità ambientali e tecniche non banali: salinità, corrosione, gestione termica e impatto sulla fauna marina. Secondo: la centralizzazione del potere digitale. Affidare una vasta area geografica alla logistica dell’IA significa anche concentrare dati, potere computazionale e — di conseguenza — responsabilità geopolitiche. Chi controllerà questi server? Come verranno regolati i flussi informativi?
Poi c’è l’aspetto sociale. Neom era venduta come città del futuro, un modello utopico di convivenza urbana che avrebbe ospitato milioni di persone. Trasformare quel sogno in un polo di infrastrutture tecnologiche significa rinunciare a una parte di immaginario collettivo: niente più quartieri sospesi o trasporti superveloci per i residenti, ma container di macchine e reti. Per qualcuno, questo è pragmatismo necessario; per altri, è una sconfitta estetica e politica.
Infine, non si può ignorare il contesto: la pressione internazionale sui diritti umani e le questioni legate ai cantieri hanno reso il progetto ancora più vulnerabile alle critiche. Ridimensionare The Line è anche un modo per limitare ulteriori problemi reputazionali, sebbene la costruzione di data center di grande scala non sia esente da preoccupazioni etiche ed ecologiche.
In soldoni: Neom non muore, ma cambia pelle. Dalla città-fila-vertiginosa alla fabbrica di bit, il passaggio racconta molto delle priorità attuali del Regno: sicurezza economica, leadership tecnologica e, ovviamente, la necessità di non sprecare risorse in avventure su cui il conto finale non torna. Sarà un successo? Non lo sappiamo. Ma una cosa è certa: il deserto non è più solo uno spazio per monumenti grandiosi. È diventato, forse definitivamente, terreno di gioco per l’era digitale. E questo, piaccia o no, ci riguarda tutti.
