Quando si parla di transizione energetica, l’attenzione va quasi sempre alle stesse protagoniste: solare, eolico, magari idroelettrico. Eppure, c’è una fonte che non dipende dal meteo, non conosce intermittenze e non emette CO2. La geotermia è lì da sempre, affidabile e silenziosa, ma per anni è rimasta confinata ai margini. Non perché manchi il potenziale, ma perché sfruttarla su larga scala è stato finora complicato e costoso. È proprio su tale punto che entra in gioco Sage Geosystems, una startup statunitense che ha appena raccolto 97 milioni di dollari in un round di finanziamento. L’obiettivo è ambizioso: costruire la prima centrale commerciale basata sulla cosiddetta geotermia a pressione. Un approccio che promette di superare alcuni dei limiti storici di tale fonte rinnovabile. L’idea è di non sfruttare esclusivamente il calore del sottosuolo, ma anche la pressione naturale delle rocce profonde.
Geotermia a pressione: ecco i dettagli della nuova proposta
Tradizionalmente, la geotermia funziona bene solo dove il sottosuolo offre una combinazione fortunata di acqua e rocce naturalmente permeabili. Il problema è che tali contesti sono rari. Sage prova a ribaltare il paradigma puntando su formazioni di rocce calde e secche, molto più diffuse. Qui entra in scena un concetto curioso, quello delle “lung fractures”, fratture elastiche che si comportano come un polmone. Si espandono, si contraggono e permettono di immagazzinare acqua calda sotto pressione. In tal modo, l’energia non viene solo prodotta, ma anche accumulata, per poi essere rilasciata quando serve davvero. È una logica che ricorda da vicino quella di una batteria, applicata però a chilometri di profondità.
Secondo l’azienda, tale combinazione di calore e pressione potrebbe garantire fino al 50% di energia in più rispetto ai sistemi geotermici tradizionali. Aprendo così l’accesso a un potenziale energetico decisamente più ampio. Solo negli Stati Uniti si parla di una capacità teorica fino a 130 volte superiore rispetto a quella oggi sfruttabile. Numeri che, se confermati sul campo, renderebbero la geotermia molto più interessante. La vera sfida, dunque, sarà dimostrare che tale tecnologia non è solo promettente sulla carta, ma anche replicabile e sostenibile.
