Con il Regolamento 2023/1670 della Commissione Europea, collegato alla normativa Ecodesign, è nata l’idea che gli smartphone immessi sul mercato dovessero ricevere almeno cinque anni di aggiornamenti software. Perché questo pensiero? Il perché si basava su riferimenti alla longevità del sistema operativo, affiancati a requisiti su riparabilità, durata delle batterie e accesso ai pezzi di ricambio. In tal modo si potevano così ottenere dispositivi più longevi anche dal punto di vista digitale. Una rilettura puntuale dell’Allegato 2, sezione 1.2, punto 6(a), ha però ridimensionato questa convinzione. La formulazione della frase centrale introduce una condizione che modifica il significato complessivo del requisito. Non viene infatti stabilito un obbligo esplicito di rilascio degli aggiornamenti, bensì una regola su come essi debbano essere forniti qualora vengano prodotti.
Il peso di una parola
Il passaggio decisivo ruota attorno al termine “SE”, inserito nella frase che disciplina la distribuzione degli aggiornamenti del sistema operativo. Secondo il testo ufficiale, i produttori sono tenuti a rendere gratuiti e accessibili gli aggiornamenti per almeno cinque anni dalla fine della commercializzazione del modello, solo nel caso in cui tali update vengano rilasciati. La norma non impone quindi la creazione di nuove versioni del sistema operativo. Anche la comunicazione istituzionale parla di disponibilità degli aggiornamenti per periodi più lunghi, espressione che può essere interpretata come accesso a ciò che esiste, non come produzione obbligatoria di nuovo software. Un chiarimento arrivato da autorità nazionali, come l’ente finlandese Tukes, conferma questa impostazione: viene richiesto di mantenere accessibili gli aggiornamenti esistenti, non di svilupparne di nuovi per cinque anni.
Questa lettura riduce la parte pratica della normativa sulla durata del supporto software. L’intento dichiarato di favorire dispositivi più longevi resta valido sul piano teorico, grazie a vincoli su batterie, ricambi e riparazioni. Sul fronte degli aggiornamenti software, però, lo spazio di manovra per i produttori rimane ampio. Alcuni marchi già puntano su politiche estese di supporto come elemento distintivo, mentre altri potrebbero limitarsi al minimo indispensabile previsto dal testo. Il rischio è che il consumatore associ alla legge un livello di tutela superiore a quello realmente garantito. L’attenzione ora si concentra su possibili precisazioni future da parte della Commissione Europea, chiamata a chiarire se l’attuale formulazione debba essere interpretata come semplice cornice o come base per obblighi più stringenti. Fino ad allora, la promessa dei cinque anni di aggiornamenti resta più una percezione che una certezza normativa.
